Nessuno, in questi mesi e in queste settimane, nel dibattito pubblico in corso, sta svilendo e svalutando l’istituto del matrimonio tanto quanto vanno facendo le gerarchie ecclesiastiche. La contrarietà espressa nei confronti delle coppie di fatto e poi, più nel dettaglio, nei confronti dei Dico o della stessa proposta di legge, elaborata da Alfredo Biondi, in materia di ‟contratti” per le unioni civili, ruota intorno a due argomenti: la regolarizzazione giuridica di unioni ‟altre” rispetto al matrimonio indebolirebbe e minaccerebbe l’istituto della famiglia; un profilo normativo che riconosce i rapporti omosessuali come unioni stabili, contemplate dal nostro ordinamento, violerebbe il ‟diritto naturale”. Sorvolando sul nostro dissenso a proposito di questo secondo punto, consideriamo con più attenzione il primo.
Le tesi della Conferenza Episcopale Italiana, analizzata nella sua sostanza di fondo, propone un’idea fin troppo pragmatica del vincolo matrimoniale. La sintesi del ragionamento proposto potrebbe essere questa. Oggi, un uomo e una donna che intendano sancire la loro unione, dare stabilità e prospettiva alla loro relazione e codificarla in funzione di norme che comportino reciproci diritti e doveri, hanno a disposizione due opzioni: quella del matrimonio civile e quella del matrimonio religioso. Nel momento in cui quell’uomo e quella donna potessero regolamentare la loro unione in maniera analoga (anche se, è evidente, niente affatto uguale), e se il loro ‟contratto” prevedesse una parte di quei diritti e di quei doveri, garantiti appunto dal matrimonio, ma attraverso una procedura meno onerosa e burocratica e un vincolo più flessibile (insomma, facendo ricorso a un ‟patto civile”): ecco che, allora, quell’uomo e quella donna sceglierebbero, probabilmente, questa ultima opportunità. E, quindi, qualora sul ‟mercato della vita di coppia” si affacciasse un prodotto tanto competitivo e semplice, quale quello qui in discussione, il connubio tradizionale potrebbe diventare una soluzione meno desiderabile. Questi gli argomenti - a nostro modo di vedere - da cui discende tanto accanimento nei confronti dei ‟matrimoni di serie B” (definizione non nostra, va da sè) e tanto timore per il rischio di una incipiente ‟banalizzazione del vincolo coniugale”. E questo spiega come - dietro una simile analisi - si nasconda un profondo equivoco sui motivi e sui valori che possono indurre due individui a sposarsi. Si trascura l’idea di un vincolo esclusivo, riconosciuto dalla propria comunità e dalla propria cerchia relazionale e familiare; la promessa d’amore e fedeltà, solidarietà e comunione che gli sposi si fanno; e, nel caso del matrimonio religioso, ci si dimentica, persino, della sacralità del vincolo (il fatto, cioè, che quel giuramento avvenga al cospetto del Signore e che esso rappresenti un sacramento).
Tutti questi aspetti ‟sostanziali” deperirebbero; restesterebbero solo quelli formali, di diritto pubblico e privato, che di quel legame non descrivono certo qualità e intensità, ragioni e prerogative; ma che inquadrano, piuttosto, una serie di elementi accessori (anche se assai importanti), che sono di natura giuridica e non si riferiscono alla sfera intima, sentimentale e morale.
Insomma, nell’opinione delle gerarchie vaticane è come se le persone, oggi, si sposassero per avere la reversibilità della pensione, o per poter subentrare in un contratto d'affitto in caso di decesso del coniuge; è come se si sposasse, in altre parole, solo (o principalmente) per poter godere di alcuni diritti e di alcune garanzie. E, dunque, qualora questi fossero comunque riconosciuti in altra forma e a seguito di altra previsione normativa, certamente quelle persone scanserebbero l’impegno matrimoniale per qualcosa di altrettanto funzionale e, altresì, ben più semplice.
Insomma, la Cei sembra impegnata in una campagna di marketing, più che in un’opera pastorale o in una discussione etica; e appare arretrata - paradossalmente - su una concezione pessimistica e ultra-secolarizzata della famiglia e dell’unione matrimoniale. Questa visione ‟nichilista” del coniugio potrebbe persino trovare un qualche riscontro nei costumi diffusi e nel ricorso alla pratica del divorzio, in costante aumento; ma - seppure questa visione rappresentasse una presa d’atto e un esercizio di realismo - rimane comunque aperta una questione rilevante. I vescovi italiani sembrano dire: vuoi godere dei diritti e delle garanzie riconosciuti al matrimonio? Sposati.
Quei diritti non possono ottenersi altrimenti, sono strettamente appannaggio di chi è coniugato secondo il rito religioso o civile: sono, cioè, un privilegio esclusivo. Una concezione regressiva della sfera delle garanzie e dei diritti, questa, estranea a ogni principio solidaristico e universalistico. La sostanza di quella ‟sfera”, invece, è ‟positiva”, tende a essere generale e accogliente. Tende a includere, non ad escludere.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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