So bene che la legge elettorale è importante. Ma è un tema che non riesce ad appassionarmi. Sarà perché il linguaggio è diventato sempre più simile a quello delle sfilate di moda - i ‟modelli” (tedesco, francese...) le ‟taglie” (legge per i nanetti o per le grandi forme come i Ds o Forza Italia). Sarà perché ho passato anni a scrivere di queste cose e a presentar proposte (nella prima Commissione Bicamerale e, con Aldo Tortorella, al tempo dell'approvazione della legge Mattarella) per molti versi vicine a qualcuna di quelle oggi in campo e, ricordandole, mi danno il senso del tempo perduto. Soprattutto, però, la mia distanza critica nasce dal fatto che per l'ennesima volta si pensa che l'ingegneria costituzionale possa prendere il posto dei progetti politici. È dall'inizio degli anni '80, dunque ben prima dei terremoti determinati dalla caduta del Muro di Berlino e da Tangentopoli, che il sistema italiano vive un'eterna transizione, vaga alla ricerca d'una identità, e lo fa appunto cercando di sfuggire ai suoi veri problemi con una conversione sempre più distruttiva della questione politica in questione istituzionale, illudendosi di curare la propria debolezza con dosi massicce di commissioni bicamerali, referendum, riforme elettorali. Chi ha memoria (terribile condanna di questi tempi), e non si abbandona alla ‟bulimia di ripensamento” giustamente denunciata da Miriam Mafai, potrebbe ricordare infiniti episodi di rimozione dei temi propriamente politici. Si diceva che la corruzione sarebbe scomparsa il giorno in cui si fosse passati all'alternanza nel governo nazionale e locale, e questo argomento istituzionale assolveva dall'obbligo di occuparsi dei corrotti: vediamo come è andata a finire. Si è attribuito valore salvifico all'abolizione delle preferenze: e, a parte qualche lontana ragione, si è innescata una deriva che non ha dato più potere ai cittadini, ma ha rafforzato quello di oligarchie sempre più ristrette. Si è inseguito il bipolarismo costi quel che costi: ed oggi si invoca quello ‟mite”, quasi che non fosse stato detto che proprio la via istituzionale scelta per costruire il bipolarismo all'italiana avrebbe portato a quel distruttivo muro contro muro che ha provocato la regressione culturale e politica che stiamo vivendo. Non sarebbe il caso di dedicare un ripensamento vero a questa dimensione, invece delle piccole operazioni strumentali intorno a Moro o Craxi? Abbandonando le recriminazioni da vecchio, è sull'espropriazione della politica, secondata o subita, che bisogna riflettere. Questo non è avvenuto solo ad opera dell'ingegneria costituzionale. Nasce anche da un riferimento al mercato sempre più assorbente: ‟i mercati votano” non è più la considerazione realistica di chi analizza freddamente i poteri, ma la formula che sancisce una resa, e legittima il ‟mostruoso connubio” tra economia e politica, dal quale quest'ultima esce mortificata e privata ormai della legittimità stessa di valutare il funzionamento del mercato, di rispondere alle domande di Guido Rossi sull'affare Telecom che mettono in evidenza proprio lo stravolgimento di quel mercato di cui s'invoca l'intoccabilità. E la riduzione della politica ad amministrazione? Qui hanno giocato diversi fattori.. Un giusto bisogno di efficienza è stato convertito in una delega a tecniche (spesso mal digerite e male applicate) e a (modesti) tecnocrati, con effetti pericolosi quando si affida alle tecnologie la soluzione di problemi sociali e quando il politico non percepisce più se stesso come l'autore e il motore di un progetto. E la proclamata fine delle ideologie ha contribuito potentemente ad appannare questo aspetto della politica, a confinarla in un ruolo di tecnica tra le altre. Qui è la sinistra ad essere chiamata in causa. Caduta nella trappola delle fine delle ideologie, si trova priva di principi forti in questa età del ferro delle ideologie, come mostra, ad esempio, la sua incapacità di fronteggiare in Italia la nuova offensiva della Chiesa. Ondeggia, bordeggia, insegue compromessi verbali, ma non riesce ad assumere un ruolo che le consenta d'essere protagonista d'una resistenza e d'un dialogo. Ho voluto ricordare tutto questo, con una semplificazione fin troppo brutale, per dire che l'attribuzione d'una virtù salvifica ai sistemi elettorali continua a essere il diversivo istituzionale per non fare i conti con queste ineludibili questioni. E per ribadire che, al di là delle ripuliture indubbiamente necessarie, la riforma elettorale incorpora da anni un progetto volto a privilegiare unicamente il momento della decisione, cancellando così dalla dimensione della politica il momento della rappresentanza. Ma il problema della rappresentanza rimane e, espulso dai circuiti istituzionali, esplode in una indistinta società civile (un altro dei grandi equivoci degli anni passati) che oggi trova rifugio nelle tecnologie elettroniche in forme che troppo spesso riproducono il vizio della personalizzazione della politica, con il protagonismo incontrollato di autori di blog. E il protagonismo dei cittadini viene anch'esso identificato con il momento della decisione, imboccando pericolosamente i sentieri della democrazia plebiscitaria. Anche qui la politica ufficiale latita, perché una ricca democrazia partecipativa, che certamente quelle tecnologie possono potentemente favorire, non è oggetto di nessuna seria riflessione. L'insieme di questi fattori spiega un altro dei vizi capitali dell'attuale stagione di riforma elettorale, nitidamente messo in luce da Gianni Ferrara. Qui la memoria è cortissima, è stato già cancellato lo straordinario risultato del referendum del giugno scorso con il quale è stato respinta la riforma costituzionale autoritaria e antiparlamentare del Polo. Da quel risultato si poteva partire per una buona ‟manutenzione” delle istituzioni, per riprendere il filo dei grandi principi della Costituzione. E, invece, gli accordi sulla riforma elettorale riproducono le logiche dell'accentramento, della personalizzazione e della riduzione delle elezioni a mera investitura del governo, senza un filo di attenzione per la rappresentanza, dunque anche per un effettivo e nuovo ruolo del Parlamento. Che dire?
Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà (1933-2017) è stato professore emerito di Diritto civile all’Università di Roma “La Sapienza”. Ha insegnato in molte università straniere ed è stato parlamentare in Italia e in Europa. È stato presidente del Garante per la protezione dei dati personali e del Gruppo europeo dei Garanti per la privacy, ha fatto parte del Gruppo europeo per l’etica delle scienze e delle nuove tecnologie. È tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tra le sue opere recenti: Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata (il Mulino, nuova ed. 1990), Tecnologie e diritti (il Mulino, 1995), Libertà e diritti in Italia dall’Unità ai giorni nostri (Donzelli, 1997), Repertorio di fine secolo (Laterza, nuova ed. 1999), Tecnopolitica (Laterza, nuova ed. 2004), Le fonti di integrazione del contratto (Giuffrè, nuova ed. 2004), Intervista su privacy e libertà (Laterza, 2005), Perché laico (Laterza, 2009), Che cos’è il corpo? (Luca Sossella Editore, 2010), Diritti e libertà nella storia d’Italia. Conquiste e conflitti 1861-2011 (Donzelli, 2011), Elogio del moralismo (Laterza, 2011), Il diritto di avere diritti (Laterza, 2012), La rivoluzione della dignità (La scuola di Pitagora, 2013). Con Feltrinelli ha pubblicato La vita e le regole. Tra diritto e non diritto (2006) e ha scritto la prefazione a La società sorvegliata (2002) di David Lyon e a La fecondazione proibita (2004) di Chiara Valentini.

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