La fatica inane e dunque ammirevole di Piero Fassino in vista del sospirato approdo nel Partito Democratico comporta anche molti, ennesimi ritocchi al famoso "rapporto con le proprie radici". Ivi compresa una riabilitazione di Craxi (la numero dieci, o undici, anche se nessuna vidimata dalla severissima notaia Stefania), una riflessione sul caso Moro quasi trent’anni dopo e l’omaggio numero dieci, o undici, alle vittime dei Gulag. È tutto giusto, magari anche tutto necessario. Non fosse che è tutto volto all’indietro, novecentesco, precotto, come se la storia della sinistra italiana fosse una zavorra inestinguibile, mai un propellente. Come se a una Bolognina ne dovessero seguire altre dieci, o undici, sentendosi comunque sempre in debito, in ritardo rispetto a chi di Bolognine magari non ne ha fatte mezza, e delle proprie magagne se ne strafotte. E forse è proprio per questo che il costruendo Partito Democratico riesce estraneo, freddino, poco accogliente perfino a chi ne sente la necessità: perché di una casa nuova interessano le novità, i nuovi spazi, le atmosfere inedite, e di quelle si sa poco o niente. E la paura è che, dopo il trasloco, ci si ritrovi a riabilitare Craxi (docicesima volta, con Stefania che straccia il compito e dice: rifallo!), a condannare il leninismo, a ripensare Bad Godesberg o Amadeo Bordiga. Eh, ma che due palle!

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