Che ne dici, Federico, se cominciassi questa chiacchierata impossibile chiedendomi: sogno o son desto? «Mi pare una domanda retorica. Sai benissimo che per me i sogni sono sempre stati importanti come la vita da sveglio». E tu sai, a proposito, che il Libro dei sogni, dove per anni hai tenuto la cronaca illustrata delle tue fantasticherie notturne, è sepolto nel caveau di una banca? E che si può tirarlo fuori solo alla presenza di tutti gli eredi? «Questa sarebbe davvero una gran scena da mettere in un film. I compassati funzionari fanno scattare la combinazione, aprono il portello, estraggono il librone... E l’avido gruppetto degli eredi si butta sulle pagine per vedere che cosa c’è dentro. Ma dopo aver sfogliato il libro, si guardano l’un l’altro delusi. Speravano in chissà quali rivelazioni e invece trovano delle caricature, delle barzellette, delle tettone...». Ho sentito che la Regione Emilia Romagna si prepara ad acquistare l’incunabolo spendendo centinaia di milioni. «Se l’avessi saputo, l’avrei venduto "prima". Ora rimpiango solo di non essere io l’erede di me stesso. E ancora di più rimpiango di non aver stracciato il librone, come facevo ogni mattina con tutto quello che mi recapitava la posta». Eppure ci sono dei cineasti, tuoi colleghi e amici, che conservano lettere, contratti, copioni, fotografie. «Aldo Fabrizi conservava anche i conti della trattoria e i biglietti del tram. A futura memoria. Ma la mia "futura memoria", se ci deve essere, la considero affidata ai film. Là dentro ci sono io tutto intero, inclusa la parte che non sono mai riuscito a esprimere con le parole e gli scarabocchi». Anche quelli che chiami i tuoi scarabocchi si commerciano a caro prezzo. Alla mostra «Romarcord» ne hanno esposti perfino alcuni fra i tanti che facevi sui tovaglioli al ristorante. E pensare che il mio ritratto, quello che mi avevi fatto mentre a tavola facevo la corte a una ragazza... «Sì, sì, con i cuoricini lampeggianti sopra la testa!». Quel disegno non esiste più. La cameriera, trovando il tovagliolo, me l’ha lavato. Mi è rimasto uno straccio bianco. «Ha fatto bene la cameriera, altrimenti finivi esposto anche tu al Museo Guggenheim. Insieme con quei pastrocchietti che buttavo giù negli ultimi tempi, giocando a fare Picasso novantenne. La donnona nuda e appecoronata e intorno un carosello di falli in libertà». C’è una matura signora che ho visto pavoneggiarsi fra i 30 disegni erotici della mostra a Trastevere, lasciando intendere di essere stata la tua ispiratrice. Senza peraltro precisare di chi sarebbero i vistosi attributi maschili che la circondano. «No comment, io sono un gentiluomo». Ma la loquace modella della «Erotomachia» non è la sola. Hai lasciato un’infinità di vedove immaginarie in vena di confidenze d’alcova. «Mah, bisognerebbe fare l’esame a tutte e vedere quali particolari intimi possono esibire come prova. Ho scherzato con molte donne, ma ho sposato solo Giuliettina. La faccenda è durata mezzo secolo esatto e non me ne sono mai pentito». Parlando di pentiti, hai visto quanti ce ne sono, pronti a rimangiarsi tutti gli insulti che spesso ti lanciavano? «E non sarebbe peggio il contrario? Ovvero che foste voi, amici e simpatizzanti, a dire: Federico non era poi granché...». Escono libri pieni di tue dichiarazioni virgolettate; e siamo in molti a dubitare che riportino cose a suo tempo effettivamente dette da te. «È certo, certissimo, anzi probabile, per citare la celebre formula del compianto Peppino Amato, che molte di quelle cose non le ho mai dette. Però non annetto nessuna importanza alle chiacchiere vere o inventate. Contano i film e basta». E allora rispondimi sinceramente: se dei tuoi film se ne dovesse salvare uno solo, quale sceglieresti? «E perché, già che ci siamo, non salvarli in blocco?». Ma ti piacciono tanto tutti, proprio tutti? «Sono tutti miei figli. Come si fa a salvare un figlio e sacrificare gli altri? Certo nei primi anni della mia attività li amavo veramente i miei film, uno per uno: I vitelloni, La strada, anche Il bidone poveretto, Le notti di Cabiria, La dolce vita, 8 ½ ... Poi, a dire il vero, i film come tali li ho amati meno. Mi piaceva farli, quello sì. Alla fine ho cominciato a godere del lavoro di per sé. Alzarmi la mattina, prendere la metropolitana, arrivare a Cinecittà, seguire le costruzioni, ritoccare i costumi, farmi sfilare davanti centinaia di facce, discutere con gli sceneggiatori, intrecciare battute con Benigni e Villaggio, sedermi al pianoforte a cercare i motivi accanto al maestro Piovani, accogliere Mollica in arrivo con la troupe per l’inevitabile intervista... Che poi il film si facesse o no, non mi pareva tanto importante. Mi ero innamorato del lavoro per il lavoro. Come uno che pianta un chiodo su una parete e indugia a contemplarlo senza preoccuparsi di attaccarci il quadro». E adesso? «Adesso ho l’impressione, ahimè, di non avere più nemmeno il chiodo da contemplare». Puoi sempre chiedere di rivedere i tuoi amati film. «Ma come? Hai dimenticato che mai ho rivisto un mio film? Non vedo il motivo di cominciare ora, a rischio che non mi piacciano più». Saresti costretto a contraddire quelli che ti proclamano il più grande regista di tutti i tempi. «Sono grato a tutti, lusingatissimo, ma ho i miei dubbi. Come quando, abitando ancora in via Archimede, Giulietta allestì la famosa stanzetta con i tantissimi premi che avevamo ricevuto qua e là per il mondo...». Traboccante com’era di oro e argento, quella stanza l’avevi battezzata il Santuario del Divino Amore. «Le rare volte che mi ci affacciavo, provavo un senso di colpa, mi pareva di essere riuscito a imbrogliare tutti. E ora mi torna in mente quella comparsa che per farsi notare sul set di La dolce vita mi gridò: "A Federì, sei il più grande!" Incuriosito, gli chiesi: "Ma tu pensi davvero che sono il più grande regista del mondo?" E quello: "Che c’entra? Se poi scappa fuori Frank Capra che ti fa Furore..." Che è di John Ford, lo so, non importa. Capra, Ford, questi mi hanno sempre fatto sentire come il ragazzotto che a Rimini andava a vedere i loro film e restava a bocca aperta. E insomma, se continuiamo a dire che Fellini è il più grande, Chaplin dove lo mettiamo?».

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