Su una delle tante bancarelle che formano la delizia del bibliomane a spasso per la Capitale trovo un curioso libro intitolato I non romani e Roma di Giuseppe e Antonio Padellaro, padre siculo e figlio quirite. Mi viene subito in mente Federico Fellini, ma proprio lui non c’è in mezzo ai quaranta personaggi intervistati. Tra i quali figurano un paio di felliniani di complemento, utilizzati dal maestro come attori occasionali: Guido Alberti, il distillatore di Benevento che in 8 1/2 fa un’amabile caricatura del produttore Carlo Ponti, e lo scrittore calabrese Leonida Repaci, che scuote il bianco crine fra gli intellettuali di La dolce vita. Strana l’assenza di Federico, però riscontro che il libro (uscito per il centenario di Roma capitale) è del 1970; e quello era già un periodo in cui il regista aveva cominciato a sottrarsi alle troppe richieste che gli pervenivano da ogni parte. Peccato perché in questo coro di romanizzati di prima generazione la sua inconfondibile vocetta sarebbe apparsa intonata. Il regista di Amarcord, che ieri avrebbe compiuto 85 anni, è stato l’incarnazione della tesi sostenuta dai Padellaro: se non si ha la fortuna di nascere romani, bisogna affrettarsi a diventarlo. Per poi accorgersi che nel profondo del cuore la seconda patria (senza offesa per il borgo nativo, lo dico parlando a nome di tutti i "barbari" convertiti) è quella vera e irrinunciabile. Quante volte l’ho sentito ripetere da Federico? "Venire a Roma è come tornare a nascere". Non a caso Fellini ha aperto il film Roma con la palpitante rievocazione del suo sbarco alla stazione Termini nel gennaio 1939, quando la Città Eterna compì in un lampo il miracolo di rendere ricco (o quasi) e famoso quel diciannovenne di belle speranze che aveva bussato alla porta del bisettimanale "Marc’Aurelio" con una valigiata di raccontini e disegnetti. Era il compimento del suo sogno, scrivere sui giornali, e gli sarebbe bastato; e invece lo trascinò nel cinema, al quale non pensava affatto, un singolare personaggio conosciuto sotto le luci del varietà, Aldo Fabrizi. I primi passi nella Settima arte il neosceneggiatore Federico li mosse per le vie di Roma al seguito dell’amico attore: a piedi, sull’autobus, in carrozzella. Queste furono le sue università (a quella vera si iscrisse soltanto, non ci andò mai), sicché la scoperta di un lavoro che gli avrebbe riempito la vita procedette in sincrono con l’appropriazione di un’inedita topografia sentimentale. Sotto la guida di Aldo, Federico imparò i rudimenti di una cultura nuova: conoscere Roma, sentir parlare i romani, mangiare romanesco. Fin dall’inizio della sua opera di creatore d’immagini, nel bene e nel male la Capitale si impone come il fondale d’obbligo nella maggior parte dei film. Dalla spiaggia di Mastino a Fregene di Lo sceicco bianco al prediletto caffè Canova di Piazza del Popolo in Il bidone, dalla Passeggiata Archeologica delle prostitute di Le notti di Cabiria alla via Veneto e alla Fontana di Trevi in La dolce vita, dall’Eur di Boccaccio ‘70 ai cieli corruschi alla Scipione di Toby Dammit; e con le fantastiche fughe nel passato remoto di Satyricon e nel futuro prossimo di Intervista e Ginger e Fred. Poco a poco Roma dischiuse infine a Fellini un perimetro magico dentro il quale prese a ricostruire in provetta il mondo intero: il gigantesco teatro 5 di Cinecittà, dove il 2 novembre 1993 70 mila suoi concittadini d’elezione sfilarono per dargli l’ultimo saluto. Un altro pellegrinaggio, più intimo e segreto, continua a svolgersi davanti al portone di via Margutta 110 A, contrassegnato da una semplice epigrafe, omaggio degli antiquari della strada, con solo i nomi di Federico e Giulietta che in quella casa vissero per un quarto di secolo. L’indicazione, non reperibile nelle guide turistiche, vola di bocca in bocca e determina un andare e venire di visitatori che trovato il numero civico, contemplano la targa con la lacrima sul viso e (se sono giapponesi) la fotografano. C’è chi coltiva la cara abitudine di passarci ogni tanto, fatelo anche voi.

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