Ai bei tempi del cinema romano, cinquant’anni fa, non potevi passeggiare per via del Babuino senza incontrare qualcuno dell’ambiente che si affrettava a dirti: "Fellini mi ha rubato un’idea". Quando Federico annunciò il film (poi non realizzato) Viaggio d’amore, che evocava la sua corsa a Rimini al capezzale del padre morente, ricordo di aver sentito protestare almeno tre o quattro fra sceneggiatori e registi: "È mio padre che è appena morto, ho fatto male a raccontarglielo". La protesta contro il collega scopiazzatore, imitatore e plagiaro era corale. Finì che nella propinqua trattoria di Cesaretto si formò addirittura una scuola di pensiero tendente a indicare in Ennio Flaiano il vero autore di tutti i film del maestro, attribuendogli anche quelli girati dopo che i due si erano tolti il saluto. Secondo Luigi Malerba il regista avrebbe preso l’idea dal suo romanzo Le lettere di Ottavia. Mentre Giovannino Russo identifica in un remoto squarcio africano dell’unico romanzo dell’amico Ennio, Tempo di uccidere, l’ispirazione del bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi. Con tutto il rispetto per questi autorevoli scrittori, le cose sono andate un po’diversamente. Chi consulta il libro di Maraldi e Pierluigi Crozzoli - Un fotografo di scena (2002) scoprirà una foto datata agosto ‘58 di "Anitona" che immersa fino al ginocchio nell’acqua della storica fontana si tira su il vestito per non bagnarlo. Quest’immagine ricordo di averla vista nell’ufficio della Safa Palatino dove Fellini preparava La dolce vita nel gennaio 1959. Insomma, le eventuali derivazioni letterarie non c’entrano: e come già si poteva intuire dagli scatti disseminati sulle pareti di quell’ufficio, dalle corride fra divi e fotografi in via Veneto alla statua del Cristo Lavoratore trasportata in elicottero a San Pietro e al famigerato spogliarello di Aiché Nanà al Rugantino, anche il bagno di Anitona nacque dal frenetico attivismo degli impareggiabili e spudorati "paparazzi". Quanto alla Ekberg, era tanto consapevole che il film parafrasava le sue allegre scorribande notturne che non voleva farlo. La convinse il bravo Gene Lerner dicendo: "Se non firmi tu il contratto, in qualità di tuo agente lo firmo io". La diva pretese comunque che il personaggio non si chiamasse Anita, per cui diventò Sylvia. Dopo aver "provato" che Luigi Malerba e Giovannino Russo hanno torto, devo correggermi dicendo che forse hanno anche ragione. Perché Fellini era una specie di grande spugna capace di assorbire i fatti, le immagini e i discorsi che attiravano la sua attenzione, bravissimo nel trattenere ciò che gli serviva ricreando il tutto sotto il segno di una geniale visionarietà. Per cui davanti ai suoi film finivi sempre per ritrovare qualcosa di tuo. È capitato anche a me, figuriamoci. Del resto, se vogliamo parlare di plagi più o meno inconsci, pochi ricordano che La dolce vita prima di diventare il più noto degli emblemi felliniani fu il titolo di una commedia fatta rappresentare nel 1912 da Arnaldo Fraccaroli. Il quale non protestò solo perché quando uscì il film era morto da tempo.

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