Oggi la bandierina della mia anima è a mezz´asta. E´ morto Kurt Vonnegut, lo scrittore più indisciplinato, più fantasioso, meno pedante, meno letterario del mondo, e un po´ di gente, in giro per il pianeta, è molto triste e per consolarsi riprenderà in mano qualcuno dei suoi libri (io vi consiglio, a parte il celebrato Mattatoio numero 5, Il grande tiratore oppure Comica finale). Di sé stesso diceva, con una punta di sorpresa, che nessuno dei suoi tanti personaggi era "veramente cattivo". Eppure ha raccontato (ben prima che fosse di moda) la decadenza morale e politica dell´America e della nostra vecchia civiltà attraverso un rosario irresistibile di casi umani, psicolabili, mostri, killer, ubriaconi, ninfomani, imbroglioni, capi scellerati, soldatini feroci. Uno sconquasso implacabile nel quale tutti, in fin dei conti, sono solo vittime, comicamente sballottati in fondo allo scatolone della vita come giocattoli vecchi. Di lui si dice che sia stato una delle massime espressioni artistiche dell´America libertaria e pacifista, ma è stato molto di più. E´ stato uno dei più acuti descrittori (e anticipatori) della crisi dell´Occidente, e il bello è che è riuscito a esserlo senza una sola riga di moralismo, o di retorica, o di distacco cinico. Della propria morte avrebbe scritto: "Era molto vecchio, è caduto, ha battuto la testa e dopo pochi giorni è morto. Così va".

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