Le morti sul lavoro generano parole e pensieri che ci prendono alle spalle, come se appartenessero a un passato (anche un passato politico, anche un passato verbale) dimenticato. Poiché queste morti non hanno mai smesso di accadere, questo significa che per un bel po' di anni (un paio di decenni, così a occhio) quelle parole ci sono parse impronunciabili, perché logore, perché antiche. Per esempio: sfruttamento. Per non dire più "sfruttamento", che suona così ottocentesco e novecentesco, e stona con i dibattiti più in voga, non si è detto quasi più nulla, nemmeno gli eufemismi o i giri di parole. Il problema è che lo sfruttamento, nel frattempo, ha continuato a sussistere e anzi a rinnovarsi in forme inedite e sfuggenti, del tutto indifferente alla crisi ideale e culturale di chi aveva il compito di definirlo. La realtà continua a esistere alla faccia dei nostri dubbi, a battere i suoi colpi e a prendersi, anche, le sue severe rivincite. La realtà se ne frega, di non essere alla moda: continua a scaraventare operai giù dai ponteggi, a schiacciarli sotto enormi macchinari di acciaio e di fuoco la cui mole è tutt' altro che terziarizzata. Finché un bel mattino ti costringe a rifare i conti con quella parola, sfruttamento, della quale non si è ancora trovato un sinonimo presentabile in società. Tanto vale tornare ad usarla, visto che è la realtà che la usa.

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