Ho fatto tre interviste a Boris Eltsin, quando ero corrispondente di "Repubblica" da Mosca, e l'ho incontrato un'infinità di volte. Il mio primo ricordo è di Eltsin in cima a un carro armato, davanti alla "Casa Bianca", come era chiamata l'allora sede del Parlamento russo (semplicemente perché era un grande edificio bianco).
Era l'agosto '91. Kgb e Armata Rossa avevano organizzato il golpe contro Gorbaciov per fermare la democratizzazione dell'Urss. Gorbaciov era tenuto prigioniero in una dacia sul mar Nero. Eltsin, presidente della Russia, la più grande fra le quindici repubbliche sovietiche, si oppose al golpe. Attorno al parlamento russo si riunirono gli attivisti democratici e un'unità corazzata ribelle. Su uno di quei tank, Eltsin lesse, in piedi, un proclama per la democrazia. Il golpe fallì.
Ma Gorbaciov ne fu travolto. Ed ecco un secondo ricordo. Qualche giorno più tardi, davanti al parlamento russo, Gorbaciov cerca di ristabilire il suo potere. Eltsin sale sul podio, gli mette in mano un documento, gli intima di leggerlo. Gorbaciov esita. "Lo legga, Mikhail Sergeevich", intima Eltsin. E Gorbaciov obbedisce. Non ricordo nemmeno più cosa c'era scritto di tanto importante su quel foglio di carta. Contava il gesto. Gorbaciov, indebolito da non comandava più niente. L'Urss, di lì a tre mesi, non esisteva più. E Eltsin, come presidente della Russia, prese possesso del Cremlino.
Un altro ricordo: due anni più tardi, un altro tentato golpe, stavolta contro Eltsin. I golpisti si asserragliarono in quella "Casa Bianca" che nel '91 difese la democrazia. Eltsin, senza esitare, ordinò all'esercito, che gli rimase fedele, di bombardarla. E per ore i suoi carri armati tirarono cannonate contro l'edificio. Questo lo ricordo bene, perché io ero dentro, insieme a Paolo Valentino del Corriere della Sera, per intervistare i leader della rivolta, Rutskoj e Kasbulatov. Loro temevano di morire, un po' lo temevamo anche noi due reporter, invece la rivolta finì, le cannonate anche, uscimmo tutti vivi dalla Casa Bianca e Eltsin rimase alla guida della Russia.
Altri ricordi sparsi: Eltsin che dirige l'orchestra e balla su un palcoscenico elettorale, per farsi rieleggere; Eltsin che dà un pizzicotto a una delle sue donne-ministro, facendola sobbalzare; Eltsin che sta per svenire, non si sa se per l'alcol o le malattie, durante una visita in Asia. Com'era, visto da vicino, nelle interviste che gli feci? Una figura "larger than life", più grande del normale, come dicono gli americani, e non solo fisicamente.
Un orso russo. Un vero russo: che amava la vodka, le donne, che non si tirava indietro se c'era da usare la violenza. Brutale, se necessario. Ma anche spiritoso, divertente, simpatico. Un leader nel segno di una tradizione che va da Pietro il Grande a Stalin. E' stato lui a dare l'ultima spallata che fece crololare l'Urss. E' stato lui a impedire il ritorno del comunismo.
Comunista per la maggior parte della vita, aveva finito per detestare il comunismo come un male assoluto; e la paura del comunismo lo spinse a compiere tanti errori, una volta raggiunto il potere. La privatizzazione selvaggia. Il paese nel caos. La corruzione. Però difese sempre la democrazia, il pluralismo, la libertà di stampa. Nella Russia di Eltsin, si poteva criticare e anche sbeffeggiare il presidente. Paradossalmente, ha scelto in Putin un erede che non ammette critiche e ha limitato fortemente la democrazia. Questa è la sua tragica eredità.
Un ultimo ricordo. Una volta sono stato nel paesino degli Urali, vicino a Sverdlovsk, dove Eltsin è nato, in una famiglia poverissima. Ho visto la sua casupola di un tempo: una izba di legno. Molto simile alla casetta del sud della Russia, vicino a Stavropol, dove nacque Gorbaciov, anche lui da una famiglia di poveri contadini. L'incredibile è che da due baracche così, ai confini del mondo, siano nati i due leader che hanno, uno inconsapevolmente, l'altro volutamente, disfatto l'Urss.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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