‟Ci terrei davvero a incontrare personalmente Gino Strada. Lo aspetto qui a Kabul. Lo conosco bene, ha un gran cuore. È prima di tutto un medico che vuole curare i malati, ricco di umanità e compassione. Se le attività di Emergency in Afghanistan dovessero chiudere, sa bene quanti morirebbero, quanti soffrirebbero. E in verità il primo a soffrirne sarebbe proprio lui, il dottor Gino”. Il ministro della Sanità afghano, Amin Fatimie, insiste che queste sue parole vengano pubblicate. Le ha ripetute più volte durante l’intervista nel suo ufficio ieri mattina. Sono un vero e proprio appello personale rivolto al leader di Emergency. ‟Per favore dottor Gino, fate in modo di non partire. Il nostro governo, il presidente Hamid Karzai, il ministero della Sanità, la popolazione dell’intero Afghanistan e il milione e mezzo di pazienti che avete curato nei vostri anni di attività tra di noi rispettano il vostro lavoro. Nessuno vuole vedervi andare via, restate”, esclama accorato. Fatimie spera in un colloquio chiarificatore due giorni dopo l’ultimatum espresso dai dirigenti italiani di Emergency: se le autorità afghane non libereranno subito Rahmatullah Hanefi (il responsabile locale dell’ospedale dell’organizzazione non governativa a Lashkar Gah, che mediò con i talebani per la liberazione di Mastrogiacomo e ora si trova in cella con l’imputazione di essere un loro collaboratore) e non ritireranno l’accusa a Emergency di essere un ‟facilitatore” dei talebani, entro due settimane Strada farà cessare ogni attività nel Paese. Fatimie non mostra alcuna esitazione a cancellare qualsiasi accusa di principio contro Emergency. Per quanto riguarda Hanefi propone invece un compromesso: ‟Date tempo ai nostri servizi di sicurezza per completare l’inchiesta. Una volta chiarita la situazione, sarò il primo a darmi da fare per risolvere il caso di Hanefi”. Nelle prossime ore ne parlerà anche con l’ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi. Signor ministro, Emergency è stata molto netta nel chiedere la liberazione di Rahmatullah Hanefi. Lei cosa può promettere a Strada? ‟Noi siamo infinitamente grati a Strada e a tutto lo staff di Emergency. So che cinque di loro sono tornati a Kabul. Spero di vederli presto e che convincano gli altri colleghi italiani e internazionali a raggiungerli prima possibile. Rappresentano un apporto importante alle ottime relazioni tra Italia e Afghanistan. E sono una delle strutture mediche che hanno fatto di più per salvare la vita a tanti afghani, che siano vittime di guerra, incidenti stradali o altro. Il caso Hanefi ritengo invece debba essere considerato a parte. Il lavoro medico è una cosa diversa. I nostri organismi di sicurezza vogliono essere certi della sua non colpevolezza, occorre che terminino le loro inchieste”. Ma la crisi è iniziata proprio con il suo arresto dopo la liberazione di Daniele Mastrogiacomo. ‟Le accuse contro Hanefi sono già state ben spiegate dal nostro capo dei servizi di sicurezza, Amirullah Saleh, proprio al vostro giornale. In passato sono intervenuto per problemi simili e sono sempre riuscito a risolverli. Ma in questo caso mi hanno spiegato che le accuse sono ben circostanziate, ci sarebbero prove evidenti, importanti. Consiglierei a Strada di scegliere il basso profilo per qualche tempo. Vediamo quali sono davvero le accuse, dopo saremo in grado di lavorare per aiutarlo. Non si faccia troppo rumore, il silenzio gioca a favore di Hanefi”. Saleh ha ha fatto capire di sospettare Emergency tout court di essere un gruppo terrorista che aiuta i terroristi, anche perché cura i feriti talebani. È d’accordo? ‟La politica del nostro governo è che tutti i cittadini afghani vanno curati allo stesso modo, senza differenze di religione, gruppo etnico o affiliazione politica. Dunque chiunque può essere curato anche nelle strutture di Emergency. Non ho mai pensato che qualcuno degli italiani che lavorano con Strada sia legato ai talebani o Al Qaeda”. Luce verde dunque per accogliere anche i feriti talebani? ‟Assolutamente sì. Ogni ferito va curato dai medici, l’importante è che mantengano l’imparzialità. Ogni vita è sacra. Toccherà poi agli organismi di sicurezza di prendere in consegna gli eventuali criminali o i terroristi”. Strada ripete che lui ha fatto intervenire Hanefi solo perché Prodi aveva chiesto il suo aiuto. È stato un errore coinvolgere Emergency per liberare Mastrogiacomo? ‟Ritengo sarebbe stato meglio fare intervenire un mediatore diverso per arrivare ai Talebani. Non è un lavoro per un’organizzazione non governativa come Emergency. E Hamid Karzai ha ben spiegato il suo desiderio di aiutare un Paese amico come l’Italia. Ha dimostrato una flessibilità senza pari. In fondo non ha fatto lo stesso per i due ostaggi francesi e neppure per il team medico afghano, tutti ancora nelle mani dei loro rapitori talebani”. Avete già pensato a delle alternative? Che ne sarà dei 3 ospedali e dei 28 pronto soccorso nel Paese, nel caso Emergency dovesse partire per sempre? ‟No, non cerchiamo alternative. Vorremmo che Emergency restasse, con i suoi medici locali, la sua esperienza e con i 10 milioni di dollari di budget annuale. Ho dato ordine ai miei dipendenti, alla polizia e agli organi sanitari di preservare le loro strutture in attesa che la situazione si normalizzi”
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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