Qualunque porcheria o bassezza o crimine abbiate in mente, potete essere certi che verrà moltiplicata per cento milioni di volte dalla televisione. Questa è la lezione che discende dalla storia dello studente americano che ha ammazzato trentadue suoi compagni e poi ha vissuto la gloria postuma del "successo" televisivo mandando una videocassetta a un network, che l’ha felicemente messo in onda. Se il vostro scopo è esistere a qualunque costo, e non ci siete riusciti dentro il duro ma onesto recinto della vostra vita, fate come lui. Il mercato delle immagini ormai è come un enorme You-tube, condannato a una ricezione inerte di quanto "fa notizia" e attira pubblico e vende pubblicità e fa quattrini. Sono sempre meno quelli che dicono "no", che antepongono ragioni etiche o di buon gusto o di decenza sociale all’ossessione del profitto. La paranoia del singolo, in questo caso un narcisista assassino, trova il suo humus ideale nella paranoia televisiva. Ancora più schifoso è l’alibi: "la gente ha il diritto di sapere". Come se mostrare un idiota che si pavoneggia con una pistola potesse aggiungere qualcosa, spiegare qualcosa, se non a un perito psichiatrico. Qualche americano sano di mente ha fatto notare che, a strage avvenuta, si parla moltissimo del macellaio e per niente delle sue vittime innocenti. Ma il prossimo Primo Levi, statene certi, se mai esiste non è uno che lavora in televisione.

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