I giornali danno ampio spazio all’allarme climatico, alla penuria d’acqua, alla conseguente crisi energetica. Argomenti dei quali si trova traccia solo marginale nel dibattito politico, monopolizzato dall’agonismo congressuale e dalle interminabili dispute sulla (ennesima) riforma elettorale. Per trovare spazio sui media la questione ambientale ha dovuto rubare spazio proprio ai suoi molto teorici affidatari, i politici. La più politica e la più evidente delle emergenze sociali, per paradosso, è costretta a contendere i riflettori alla politica. C’è qualcosa che non va, è ovvio. Non va che le parole e le energie della politica si raggrumino in massa attorno al destino, quello comune e quello personale, delle élites di partito. Sembra una gigantesca riunione di condominio, e forse bisognerebbe che il condominio rimanesse senza luce, con i microfoni che ammutoliscono all’improvviso, per costringere i suoi occupanti ad affacciarsi alle finestre e rendersi conto di che cosa urge. Urgerebbe, per esempio, dire ciò che non l’ideologia, ma l’evidenza ormai impone di dire: che il nostro sistema di produzione e di consumo, il nostro sistema di vita individuale e sociale, genera il progressivo sfacelo delle risorse, e soffoca l’idea stessa di futuro. Allora sì che si saprebbe per chi votare o rivotare: per qualcuno che almeno ogni tanto si affaccia alla finestra. PS. Buon 25 aprile.

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