A onor di logica, esprit, verità e così via, nulla è più personale, intimo, scarsamente programmabile di un libro. Di una fiction poi non è il caso neppure di parlare. È il terreno deputato all'ispirazione allo stato sorgivo, quasi un sinonimo di poesia. Una regoletta aurea questa (in realtà più che una legge, una sorta di diktat imposto alla cultura universale dai padri fonda tori del romanticismo) da sempre più tradita che rispettata. A cominciare dai classici, quelli con le maiuscole, che ci fanno penare al liceo. A partire dal venerato Virgilio che deve la sua imperitura fama più che alle ispiratissime "Bucoliche" alle ben più prosaiche "Georgiche" e, soprattutto, alla formidabile "Eneide". Opere entrambe nate su mandato specifico di illustri protettori, per l'esattezza Mecenate ed Augusto, convinti di offrire attraverso la morbida musa del poeta un sigillo definitivo alla gloria nascente di Roma.
Nell'antichità i testi, anche di alta cultura, nati da una sollecitazione pratica, in effetti, non si possono davvero contare sulle dita di una mano. Prima di Gutenberg gli intellos non è che se la passassero poi così bene. E, per campare, ricorrere alla benevolenza di ricchi e potenti era spesso una scelta pressoché obbligata.
Niente di strano pertanto che i testi scritti per esaltare o addolcire virtù e vezzi del boss di turno siano numerosissimi, meglio, si sprechino.
Neppure col sopraggiungere del moderno, forte di un Gutenberg ormai a pieno regime, si può dire che quell'antica propensione sia caduta in disgrazia. Anzi. Basti pensare alle pene che dovevano angustiare il povero Metastasio, poeta alla corte di Vienna, costretto a vergare odi e sonetti per ogni minimo principesco capriccio. Forse la vis artistica ne uscì piegata o forse no. Certo la gracilità delle sue arie lo attesterebbe, mentre la loro superba grazia testimonierebbe del contrario. Difficile stabilire quali e quanti tributi l'arte pagò a quella sua naturale inclinazione a lavorare su commissione. Difficile davvero... Certo non piacque a taluni spiriti magni, Alfieri in testa, che gli voltarono le spalle.
Al dunque, il servir su comanda non sembra niente di più e di diverso che una delle tante possibilità che si offrono in continuazione all'uomo di lettere. Gli esiti naturalmente sono non sempre prevedibili. È il caso della recente querelle che ha visto protagonista una delle star dell'editoria, Isabel Allende. La scrittrice cilena che dopo aver proferito uno secco no (Di che cosa sta parlando? lo sono un'autrice seria. Non scrivo su commissione"), ai reiterati inviti rivoltole da John Gertz jr. (detentore del copyright di Zorro) per scrivere un libro ad hoc sul celebre Robin Hood latino, ha poi mutato radicalmente avviso. A facilitarle il "voltafaccia", un pingue cachet messole a disposizione dal sopracitato committente. Il risultato: Zorro. L'inizio della leggenda.
Non del tutto soddisfatta del repentino giro di boa, la congiunta del presidente cileno detronizzato dai golpisti di Pinochet ha voluto esagerare spingendosi a sostenere che le avventure di don Diego de la Vega, alias Zorro, si sono rivelate, strada facendo, ‟una scoperta totalmente inattesa”, e che nello scriverle si è davvero divertita.
Eccessi di zelo a parte, il dunque del problema libro su commissione dice di una costante disponibilità degli addetti ai lavori, classici e contemporanei non fa differenza, a faticare su mandato. Magari oggi (rispetto agli ieri più remoti) si preferisce volare basso. Magari la si butta sulle generali. La tentazione comunque resta, il rischio pure. Un libricino su commissione in fondo non e questo gran peccato. Tanto più se si tratta di un peccato largamente condiviso. E che, all'occorrenza, può trasformarsi in un investimento professionale e, perché no, culturale.
‟Effettivamente - ricorda Raffaele Crovi, scrittore e nome storico dell'editoria - quando fondai Camunia, fra il 1984 e il 1994, quasi un'intera collana dedicata alla Storia e alle Storie aveva queste caratteristiche. Idem la serie del Belpaese dove uscirono alcuni successoni, sempre su ordinazione, come il Fellini di Kezich. Operazioni analoghe le avevo già sperimentate, ancora in ambito storico-giornalistico, alla Rusconi e alla Fabbri”. E per la fiction? ‟Qualcosina - prosegue Crovi – per quella di genere giallo. Alla Rizzoli in particolare quando lanciai la prima collana di noir nostrani, scelsi alcuni autori che ritenevo capaci di scrivere opere di intrigo e li spinsi a farlo”. Nomi? ‟Luciano Anselmi, Giuseppe Bonura, Giuseppe Pederiali eccetera”.
Se si decide poi di mettere il naso fuori dai sacri confini patri la lista dei "costretti" si allunga a vista d'occhio. Chiama in causa big accanto a narratori di cassetta. Si va così dall'immenso Graham Greene che butta giù in un brevissimo lasso di tempo Il terzo uomo (1950) per illustrare l'omonino film di Carol Reed (con tanto di Orson Welles nei panni del malvagio) a Jim Thompson, forse il migliore dei maestri dell'hard boiled, che nel biennio 1952-54, lavorando a cottimo, sforna ben dieci fiction. Senza dimenticare l'eccentrico Boris Vian che, per mantener fede a una sfida alcolica, dà alle stampe il suo capolavoro: Sputerò sulle vostre tombe. Identica origine avrebbe anche Il tatuaggio di Vàzquez Montalban. E così via, solo per citare alcuni esempi.
Al dunque si può dire che persino il repentino "voltafaccia" della Allende non dovrebbe scandalizzare più di tanto. L'assoggettarsi ai desideri di un committente è in effetti uno dei tanti modi di essere, da sempre, del mestiere della letteratura. Quanto al risultato, a risponderne è esclusivamente il prescelto. Le sue qualità fanno la differenza. Per il resto, un imput esterno può al massimo metter fra parentesi l'estenuante scelvellarsi attorno agli infiniti rovelli della cosiddetta pura ispirazione.

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