La mafia è più forte dello Stato. Ne sono convinti i ragazzi del liceo ‟Giovanni Meli” di Palermo. Tantissimi (71,9%). Un po’ meno, ma sempre tanti (66,7%), se hanno partecipato al ‟Progetto educativo antimafia” recentemente organizzato dal Centro Pio La Torre. Pensano al voto di scambio e alle varie forme di connivenza o collusione in base a cui ‟lo Stato permette alla mafia di esistere”. Qualcuno - c’è da scommetterci - proverà a scagliare il solito anatema (comunisti!), oppure cercherà di svalutare l’opinione dei ragazzi accusandoli di radicalismo, immaturità, superficialità... Si dà il caso, invece, che i ragazzi di oggi leggano (specie su internet) un sacco di roba, tanto da essere - spesso - ben informati. In ogni caso, la loro percezione della forza mafiosa e della debolezza dello Stato va confrontata con alcune vicende degli ultimi 15 anni (naturalmente mi riferisco ai fatti, non all’evaporazione di essi che la black propaganda cerca di contrabbandare). I fatti sono questi. La stagione di grande tensione seguita alle feroci stragi del 1992 ha determinato, anche fra i giudici, una crescita di attenzione alla complessità del fenomeno mafioso e alla sua non riducibilità esclusivamente alla cosiddetta ‟ala militare”. Di qui l’apertura (anche) di procedimenti a carico di imputati ‟eccellenti” appartenenti alla borghesia politica, imprenditoriale e professionale (cioè a settori che da sempre, secondo le analisi più accreditate, hanno un ruolo centrale nella storia della mafia). Ovviamente non in base a teoremi politico sociologici ma a precise emergenze probatorie, valutate con serietà e senza timidezze. Le cosiddette ‟relazioni esterne” sono, infatti, lo specifico della mafia rispetto alle altre organizzazioni criminali. Se si indagasse soltanto sulla faccia ‟illuminata” del pianeta mafia, e non anche sulla sua parte ‟in ombra”, si garantirebbe l’impunità al vero perno della potenza mafiosa.
Ma l’abbandono dell’antico, consolidato sistema (ammettere in teoria i rapporti fra mafia e politica per negarli poi nella prassi giudiziaria) non è stato indolore: pur di scongiurare il salto qualitativo nell’azione di accertamento dei legami e delle collusioni con Cosa Nostra, lo Stato (o, più esattamente, alcuni suoi rilevanti settori) ha preferito tirare il freno e si è così persa una grande occasione di vincere la guerra con la mafia. Le tappe di questa strategia rinunciataria sono note: la definizione della ricerca della verità come inaccettabile ‟cultura del sospetto”; l’accusa a pubblici ministeri e giudici di costruire teoremi per ragioni politiche; la delegittimazione pregiudiziale dei ‟pentiti” di mafia, intrecciata con l’insinuazione di un loro scorretto rapporto con gli inquirenti (diffusa già ai tempi del ‟pool”: chi non ricorda le ironie sul fatto che Falcone portasse cannoli a Buscetta?). Alla fine, si è inscenato un vero e proprio processo alla stagione giudiziaria che ha seguito le stragi del ’92, deliberatamente ignorando gli imponenti risultati investigativi e processuali ottenuti in questi anni. Il problema da risolvere (invece che i mafiosi ed i loro complici) sono diventati... i magistrati antimafia. E questo vergognoso andazzo continua tutt’ora, favorendo quella che Francesco La Licata, in un suo vecchio libro, ha chiamato la ‟cultura dell’amnesia” propria del ‟partito dell’oblio”: con sullo sfondo la ‟scelta del quieto vivere che storicamente sta alla base del successo di Cosa Nostra”.
È difficile, allora, dire che i ragazzi del liceo ‟Meli” prendono cantonate se percepiscono in un certo modo i rapporti fra Stato e mafia. Forse non lo sanno, ma la pensano come uno dei più autorevoli storici della mafia, Salvatore Lupo, che spesso ha sostenuto esservi addirittura una ‟richiesta di mafia” nel nostro Paese, presente in parti della società civile, dell’imprenditoria, della politica, del sistema economico-finanziario e delle istituzioni. Al punto che, secondo Lupo, i positivi risultati nel contrasto alla mafia sono stati ottenuti non dallo Stato - che anzi avrebbe ampiamente ostacolato il lavoro svolto da altri - ma da esponenti, minoritari in tutti e tre in settori, dell’opinione pubblica, della politica e delle istituzioni (il che spiega perché tali positivi risultati siano fin qui stati non definitivi ma solo ciclici). Dunque, perché i ragazzi del ‟Meli” cambino idea, occorre che questa minoranza diventi finalmente maggioranza. Un traguardo, purtroppo, che non sembra vicino.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>