‟Care Amiche Italiane che tanto mi avete seguito e ammirato, ora che tutto è finito vorrei condividere con voi il mio bilancio finale, una valutazione a mente sgombra su quello che è andato bene e quello che ho sbagliato in questa impresa...”.
Questa citazione è inventata, ma, il giorno dopo la sconfitta, non è impossibile immaginare una Ségolène impegnata a tirare le somme. La sua stella, inciampata nella sconfitta, non sembra infatti destinata a calare - soprattutto perché il suo grande sforzo ha determinato una situazione di non ritorno: lo spostamento del limite ultimo di quello che è permesso a una donna in politica. Non è dunque forse un esercizio inutile distillare dalla sua esperienza un po’ di consigli per le donne italiane, quelle che fanno politica e non solo.
La prima e forse più suggestiva rottura imposta da Ségolène è in apparenza la più banale: la Royal ha davvero corso in quanto donna. Gettando a mare cioè tutti i travestimenti con cui si sono mimetizzate in questi anni (un secolo?), in particolare in Italia, tutte le donne con una certa ambizione nella vita pubblica: il modello maschile o quello materno, o quello professoressa, o quello sorella, quello insomma degli eterni tailleur-pantaloni, dei tacchi bassi, delle gonne al polpaccio, tutti costumi intesi a punire la vanità, perenne ferita della differenza. Prezzo per essere prese ‟sul serio”. Senza andare dall'altra parte, senza cioè diventare una seduttrice, la francese ha trovato un miracoloso equilibrio fra grazia e potere, una permanente oscillazione fra sfrontato e modesto. Così, Ségolène è la prima donna di sinistra che sdogana il lifting, collocandosi esattamente in mezzo alla sicura trascuratezza della Merkel e alla completa ricostruzione fisica della maschile Hillary. La chirurgia di Ségolène va bene a tutti perché è in effetti politically correct. Non fa uso di labbroni e protesi, si esercita in due soli tocchi, ma pieni di significato politico: il rialzo di zigomi e angoli delle labbra per ottenere un sorriso permanente. Serena per sempre: in modo da allontanare da sé il dubbio della paura, dell'ansia, dell'isteria che sempre gli uomini usano contro le donne nella vita pubblica.
Il principale errore, invece, da cui imparare dalla parabola di questa signora è che i contenuti sono decisivi: poche volte nelle dinamiche politiche abbiamo visto, come nel suo caso, uno scontro così chiaro fra ‟comunicabilità”, capacità cioè di attrarre alla idea di sé, e scarsità di senso del reale comunicato. Per ragioni ancora in parte incomprensibili, gli studi all'Ena, l’esperienza da quattro volte ministro e la lunga militanza non si sono mai imposti. Nel dibattito finale la confusione su cifre, regolamenti pubblici e funzionamento dello Stato a un certo punto ha diviso la sua immagine: fra passione e forza da una parte, e competenza dall'altra. Alla fine Ségolène non è apparsa autorevole. E questo porta al secondo consiglio: il giudizio pubblico su una donna, non importa quanto sia smagliante il suo sorriso, si stabilisce alla fine sempre sulla autenticità e profondità del suo sapere.
Ultima lezione: davvero quella con cui si è misurato qui in Francia e su cui si misurerà, eventualmente, in Italia, il ruolo delle donne. Ségolène non è stata scelta ma si è imposta. Non è stata ‟portata” da un gruppo di uomini, è stata osteggiata dalle donne. Il partito non la voleva, ne ha criticato le scelte, ha continuato a non sostenerla fino a che il suo consenso non è stato tale da essere innegabile. Ségolène si è autoscelta, si è costruita il suo apparato, il suo gruppo, la sua campagna - affrontando a viso aperto anche effetti devastanti nelle sue relazioni private. E se è vero che ha perso le elezioni, ha tuttavia cambiato con questo solo gesto il partito socialista, ha troncato i rapporti con il passato, ha fatto piazza pulita del quartiere generale, e gli ha indicato una possibile nuova strada. Senza congressi, insomma, senza passaggi in segreterie, senza patti con i vecchi notabili, senza compiacere i potenti del caso, semmai sfidandoli, ha fatto quello che in Italia le donne chiedono da anni ai partiti, alle aziende e alle istituzioni, con petizioni, interviste, denunce e domande di quote. Ha dimostrato quanto inutile sia quella continua richiesta di affiliazione e affidamento ai leader. Ha dimostrato insomma che il potere eversivo delle donne sta nel non patteggiare. ‟Amiche italiane, riflettete bene. Siete ancora in tempo: correte contro gli uomini, non contro voi stesse”.
Lucia Annunziata

Lucia Annunziata

Lucia Annunziata, giornalista, corrispondente per “il manifesto”, “la Repubblica”, “Corriere della Sera”, negli Stati Uniti, in America Latina e Russia, conduttrice di trasmissioni politiche televisive e direttrice del Tg3, è stata nominata direttore dell’Agenzia di informazione internazionale ApBiscom. Ha vinto il Premiolino per i suoi servizi durante la guerra del Golfo e il Premio Max David come inviato di guerra, nel 1993 ha avuto la Nieman Fellowship dell’Università di Harvard, dal 2003 al 2004 è stata presidente della Rai. Con Bassa intensità (Feltrinelli, 1991), il suo primo libro, ha vinto il Premio Malaparte e con La crepa (Rizzoli, 1998) il Premio Saint Vincent. Dirige dal 2013 "Huffington Post Italia".

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