Che differenza c’è tra la critica (legittima, per quanto aspra possa mai essere) e la diffamazione? Ovvero: qual è il confine che distingue la disamina, l’analisi, il giudizio, quando questi siano improntati alla polemica anche aggressiva, da una fattispecie penale?
La risposta non è semplice; certamente riguarda la verifica della veridicità delle contestazioni mosse e la loro riscontrabilità. Ma riguarda anche i toni e i termini impiegati, gli espedienti retorici utilizzati, e fin l’impianto concettuale, - all’interno del quale si sviluppa il discorso ritenuto diffamatorio. Il nodo, tuttavia, non consiste tanto nel chiarire questo confine, che sovente - diciamolo - è questione di lana caprina: il punto vero sta nel fatto che il reato di diffamazione, ancor oggi, abbia delle conseguenze penali. Diverbi, scontri, pubblici scambi di accuse non si risolvono in un contenzioso civile: le sanzioni previste contemplano pene detentive e risarcimenti spesso tanto onerosi da scoraggiare anche la semplice polemica, qualora il possibile ‟bersaglio” fosse incline al ricorso a vie legali. È successo a molti - succede di continuo - di essere condannati per la loro attività giornalistica, saggistica, per le opinioni espresse nel dibattito pubblico. È successo di recente anche a Stefano Allievi, querelato da Adel Smith per diffamazione a mezzo stampa.
Stefano Allievi è un professore di sociologia, che da anni si occupa, con sensibilità e intelligenza (e riconoscimenti scientifici a livello internazionale), di religioni: e di Islam, in particolare. Adel Smith è il presidente dell’ ‟Unione Musulmani d’Italia”, un gruppuscolo che si vuole islamico, da lui stesso fondato; e, soprattutto, è colui che, negli ultimi anni, più d’ogni altro ha tentato di innescare o di inasprire, ancorché con mezzi e artifici spesso puerili e sempre provocatori, il conflitto interreligioso nel nostro paese. Adel Smith conosce bene lo strumento della querela per diffamazione: non tanto perché egli stesso ha querelato mezzo mondo (persino Gad Lerner, per vilipendio alla religione cattolica), quanto perché è assurto a una qualche notorietà per aver attirato su di sé, con polemiche scomposte e grottesche, procedimenti del medesimo genere. La sua attività di proselitismo è tutta improntata allo scontro: qualcuno ricorderà la sua performance nel programma di Bruno Vespa, quando definì il crocifisso come «un cadavere in miniatura appeso a due legnetti» e la morte di Cristo «un suicidio-deicidio»; o, ancora, si avrà memoria delle suescazzottate su qualche emittente locale o delle sue iniziative estemporanee per far rimuovere il crocifisso dalla scuola frequentata da sua figlia. È un fanatico (in senso tecnico-religioso), Adel Smith: e tanto più è destinato a diventarlo ora che ha vinto la sua causa contro Allievi.
Al centro del contenzioso c’è un libro, «Islam italiano», scritto da Allievi e pubblicato nel 2003 da Einaudi. È un testo scientifico, serio e documentato: non contiene ingiurie o falsità sul conto di Smith, se non un suo profilo veridico e apertamente critico della persona. E ciò nasce dal fatto che Allievi si spende da anni in un’attività che, poggiando sulla ricerca sociale e sul rigore metodologico, ha sempre operato per il dialogo interreligioso e per la crescita di un Islam italiano tanto autentico quanto non belligerante, non isolazionista e non fondamentalista. In virtù di questa impostazione, Allievi rappresenta per Smith (e per il circo mediatico che a quel signore ha concesso visibilità) il ‟nemico perfetto”. Ed è plausibile che, sul piano della contesa logico-dialettica, sarebbe sempre Smith a soccombere. Sul piano giudiziario, invece, non è andata così.
Allievi è stato condannato a una pena di sei mesi di reclusione (indultati, grazie al cielo), e a un risarcimento di 3.000 euro per diffamazione aggravata a mezzo stampa. Le motivazioni della sentenza non sono ancora state depositate; e le attendiamo con curiosità. Lo stupore che la vicenda suscita (in noi e in molti altri che stanno testimoniando solidarietà ad Allievi) merita qualche ulterioreconsiderazione. Innanzitutto, rispetto al profilo dei suoi protagonisti: poiché appare paradossale che chi, più d'ogni altro, ha tentato di coltivare un’immagine ostile dell’Islam in Italia possa rivalersi su uno studioso che non ha mai frequentato la ribalta mediatica, ma ha svolto pazientemente il suo lavoro, cercando di rendere il quadro complesso e contradditorio di una realtà in continua trasformazione. Secondariamente, ci sarebbe molto da dire sulla fattispecie penale, in base alla quale Allievi è stato condannato; fattispecie che, in una società liberale, dovrebbe essere depenalizzata: e che, invece, viene brandita frequentemente, e spesso ferocemente, come un bavaglio giudiziario dei più severi e onerosi. Ma c’è un punto, oltre tutto ciò, che lo stesso Allievi spiega assai bene in una lettera aperta sulla vicenda che lo ha visto involontario protagonista: «Pur non essendo io un giurista, credo che la ratio di una condanna per diffamazione dovrebbe essere in primo luogo quella del risarcimento del danno. Questo spiega il pagamento dei ‟danni” in forma materiale, cioè appunto la pena pecuniaria. Ma nel mio caso questo non è l'elemento più rilevante. Al contrario. Quella che ho ricevuto è una multa, aggiuntiva alla pena detentiva (mentre di solito, mi dicono, la sostituisce): e l’aspetto economico, per quanto non irrisorio, è imparagonabilmente meno rilevante di quello restrittivo della libertà personale.
Tra l’altro, di solito o spesso, viene condannato al pagamento del risarcimento sia l’autore che l’editore. Nel mio caso, invece, questo non è successo. L’editore non è stato condannato a nulla. Il che rende legittimo e anche giuridicamente razionale pensare che non vengo condannato ad un risarcimento per i danni arrecati a qualcuno: infatti il risarcimento nel mio caso non c’è, e la multa, in rapporto alla condanna alla pena detentiva, è risibile e imparagonabile. Ma vengono condannate e sanzionate le opinioni che ho espresso. E questo rende tanto più grave la faccenda: che per questo, da fatto personale, diventa di interesse del mondo accademico, di quello giornalistico, più in generale di quello di coloro che sono attenti alla questione dei diritti civili e della libertà di opinione, suo necessario e intangibile fondamento».
Il tutto in una cornice - quella del dibattito pubblico sulla religione - di scontri e tenzoni, polemiche e invettive, dove l'esercizio della funzione critica sembra destinato, sempre più, a suscitare astio e rigetto; e dove il confronto, anche serrato, non trova facilmente cittadinanza e, in sua vece, si lanciano fatwe e scomuniche d’ogni sorta.

P.s. Per informarsi meglio su questa storia esemplare, si può consultare il sito www.dominiopubblico.it; si trova, tra l’altro. un appello di solidarietà con Stefano Allievi: lo hanno già sottoscritto molti cittadini e, poi, accademici, giornalisti, intellettuali. E, soprattutto, molti rappresentanti del mondo islamico.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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