L’invio di pallottole per posta, gli insulti e le minacce anonime, le manifestazioni verbali e scritte di odio sono una consuetudine ripugnante ma radicata, in questo come in altri paesi. La maggioranza delle persone pubbliche sono o sono state oggetto di questa pratica che affonda nel rancore e nell’impotenza di fanatici di ogni risma. Ora, purtroppo, capita anche al presidente della Cei di entrare a far parte di questa interminabile lista insieme a giudici, politici, giornalisti, amministratori, personaggi televisivi, dirigenti sportivi. È il disgustoso prezzo da pagare al diritto di esprimersi pubblicamente, diventando un punto di riferimento politico. Il ruolo istituzionale di monsignor Bagnasco suscita, ovviamente, inevitabili reazioni e preoccupazioni. Ma bisognerebbe trovare una giusta misura, per non dare la sgradevole impressione che per esempio le minacce ai magistrati siano considerate routine, e quelle a un uomo di Chiesa una inaudita emergenza. La casistica dimostra che gli uomini dello Stato sono storicamente i più esposti alla violenza estremista: magistrati, poliziotti, politici, legislatori. E anche preti come quelli uccisi dalla mafia o esposti alle rappresaglie della malavita (vedi, pochi giorni fa, l’assalto alla cooperativa di don Ciotti in Calabria). Una prima linea nella quale tutti meritano la stessa protezione e la stessa attenzione mediatica. Senza differenze.

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