Nel luogo dove cominciò la sua avventura, Tony Blair mette in scena l’inizio della fine. Nella sala stipata di militanti del Durham Trimdon Labour Club, equivalente di una vecchia sezione di partito, fra cori da chiesa, battimani scatenati e cartelli con scritto thank you, l’uomo che da un decennio è il volto della Gran Bretagna annuncia le dimissioni da leader laburista, con effetto immediato, e quelle da primo ministro, effettive il 27 giugno prossimo, quando rimetterà l’incarico nelle mani della regina Elisabetta. Gli restano sette settimane per governare, in attesa che il successore designato Gordon Brown prenda il suo posto: ma il discorso che chiude un’epoca, l’addio ai sostenitori e al paese, è qui, ora. ‟Questa è una nazione benedetta, la più grande nazione della Terra”, lo conclude Blair, occhi lucidi di commozione, voce che ogni tanto si arresta in gola. ‟E i britannici sono gente speciale. È stato un onore servirli. Porgo i miei ringraziamenti a te, popolo britannico, per le volte che ho avuto successo, e le mie scuse per le volte che ho fallito”. Una pausa. Good luck, buona fortuna, continua, lasciando la frase in sospeso, come per aggiungere altro. Invece non dice più niente. Abbassa la testa. Allarga le braccia. S’allontana dal podio. È fatta. È finita. Scoppia l’applauso. Al suo fianco accorre la first lady, elogiata all’inizio del discorso: ‟Ho avuto la fortuna di avere vicino persone straordinarie, come Cherie, moglie, amica, partner”. Qualcuno porge un mazzo di fiori: come nel maggio di dieci anni or sono, quando i coniugi Blair, un po’intimiditi, entrarono a Downing street fra due ali di folla plaudente. Il bagno di folla per l’ultimo atto della sua carriera, con l’acume del grande comunicatore, Blair ha pensato di organizzarlo altrove, fuori Londra, a Trimdon, sobborgo dell’Inghilterra in cui è stato sempre eletto deputato, nel Durham Labour Club dove tenne il primo comizio. La sala è piena di suoi fan che ripetono piagnucolando: ‟Ci mancherà”. Non tutti sono della stessa opinione in Gran Bretagna, altrimenti Blair non si sarebbe dimesso a metà del terzo mandato, sarebbe andato avanti un altro paio d’anni, o più. Ma un sondaggio sul Guardian, proprio ieri, indica che il 60 per cento dei britannici lo ritiene ‟una forza per il cambiamento” e il 44 per cento pensa che abbia fatto bene al paese: non un cattivo indice di gradimento, dopo dieci lunghi anni al potere. ‟In questo mestiere, nel mondo d’oggi, dieci anni bastano”, dice appunto Blair nel discorso d’addio, scritto di suo pugno, spiegando la decisione di mollare. Elenca i risultati della sua era: nessun altro governo britannico del dopoguerra può vantare i risultati economici del suo, ‟ma ci sono risultati più importanti delle statistiche”. La ritrovata fiducia nel futuro, da parte di una nazione che sembrava ‟incerta e fuori moda”. Il superamento delle ideologie del ventesimo secolo per affermare un vangelo di efficienza economica e solidarietà sociale, accettato oggi non solo dal New Labour ma pure dai conservatori. Le Olimpiadi del 2012 a Londra. La leadership negli aiuti all’Africa e nella lotta al cambiamento climatico. La pace in Irlanda del Nord. E poi, l’Iraq. Per Blair, una sfida da continuare: ‟I terroristi non si arrenderanno mai, se ci arrendiamo noi. È un test di volontà e fede, non possiamo perderlo”. Ciononostante, nel giorno delle dimissioni va vicino ad ammettere che la guerra sia stata un errore. ‟Posso avere sbagliato, sta a voi giudicare. Ma ho fatto ciò che ritenevo giusto per il mio paese”. Tirando le somme su dieci anni di blairismo, ‟le aspettative che avevamo erano alte, forse troppo”, concede infine. ‟Ma a essere sincero non avrei voluto diversamente. Rimango un ottimista, come premier e come uomo. La politica può essere l’arte del possibile, ma nella vita diamo almeno una chance all’impossibile”. Quale altro leader odierno usa un linguaggio simile? E poi via, mano nella mano con Cherie, verso un mese e mezzo di carosello nel mondo: oggi a Parigi da Chirac e Sarkozy, poi un ultimo viaggio a Washington da Bush, quindi in Sud Africa, al summit del G8 in Germania il 6 giugno, al Consiglio d’Europa a Bruxelles il 21. Così, dopo un indimenticabile decennio, su Tony Blair comincia a calare il sipario. Così, dopo Bill Clinton, un altro grande mattatore della politica mondiale va in pensione. Non solo lui ha il groppo alla gola.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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