L'Algeria è con il fiato sospeso ma non per il risultato delle elezioni di oggi, che lasciano la popolazione completamente indifferente, ma per la salute del presidente Abdelaziz Bouteflika. Dato nei giorni scorsi per gravemente malato, martedì è sceso in campo per un bagno di folla ad Annaba. Una giornata intensa per smentire tutte le speculazioni sulla sua malattia e, non a caso, in una città interessata dai maggiori investimenti per le infrastrutture - da qui parte l'autostrada che attraverserà tutto il paese fino a Orano - pagate dalla rendita petrolifera e che però registrano forti ritardi rispetto alle previsioni. Ma Bouteflika non è sceso in campo a favore del voto per l'‟Alleanza presidenziale” (la triade formata dal Fln, Fronte di liberazione nazionale, ex partito unico, Rnd, Raggruppamento nazionale democratico, e Msp, ex-Hamas, islamista): la campagna elettorale era già chiusa e l'impressione è che i giochi siano già fatti. In un paese senza sondaggi circolano già le quote che spetterebbero ai vari partiti.
La campagna elettorale si è svolta nell'indifferenza generale: pochi i manifesti, disertati i comizi e persino gli spazi riservati alle varie liste - se ne presentano 24 a livello nazionale - dalla radio pubblica.
Mai come nei giorni scorsi si è sentita tanta musica classica alla radio, in sostituzione degli appelli elettorali mancanti. La battuta che circola ad Algeri è¨ che ‟gli algerini erano più interessati alle elezioni francesi che alle loro”. E dopo la delusione francese, non saranno certo i risultati elettorali del voto di oggi a risollevare le loro speranze. Risultati che, al di là di una bassa partecipazione prevista da tutti, dipenderà dai rapporti di forza e dai brogli, sostengono in molti.
A meno di vent'anni dall'introduzione del multipartitismo, l'Algeria, sembra ripiombata nel clima da partito unico e a scuotere l'apatia della popolazione non è certo lo spettro di un ritorno al terrorismo (che ha insanguinato il paese negli anni 90) suscitata dagli attentati dell'11 aprile contro il palazzo del governo rivendicati da al Qaeda nel Maghreb, sigla con la quale si sono riciclati i terroristi del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento. Anche se l'11 aprile la paura era tornata e la gente si era chiusa in casa per due giorni. Ieri, l'attentato a Costantina (un morto) non ha suscitato grandi reazioni.
I democratici che hanno combattuto per un decennio il terrorismo algerino sembrano temere una sorta di ‟trappola”, in cui anche le misure di sicurezza vengono spettacolizzate all'americana, con chiusura di strade, barricate per proteggere gli uomini del regime. Come non si era mai visto nei momenti peggiori, fa notare Ali Djerri, direttore di al Khabar, il quotidiano che vende oltre 500.000 copie, tutte quelle che è in grado di stampare. Anche ieri, come ogni mercoledì e come altri direttori di giornali, ha passato la mattinata in tribunale per rispondere alle accuse di diffamazione mosse ad articoli pubblicati dal suo giornale. Un'accusa che, dopo la revisione del codice penale, costituisce un pesante ricatto per la stampa algerina, che era stata un esempio di pluralismo e libertà unico in tutti i paesi arabi. E anche per i giornalisti stranieri arrivati ad Algeri per seguire le elezioni è ricomparsa la scorta, come ai tempi più sanguinosi del terrorismo. Misure di sicurezza che non sembrano giustificate dalla situazione.
Soprattutto non accettate dalla società civile, che si sente bloccata da uno stato di emergenza in vigore da 15 anni e in contrasto con quella politica di riconciliazione nazionale, cavallo di battaglia di Bouteflika, che ha portato allo sdoganamento e alla reintegrazione dei terroristi pentiti. Il padre- padrone dell'Algeria, da cui dipendono tutte le decisioni del governo, è riuscito anche a svuotare il parlamento di ogni prerogativa.
In queste elezioni la novità maggiore arriva dal campo islamista: tre i partiti in lizza (Msp e i più radicali Islah e Nahda) mentre per il boicottaggio si sono espressi gli ex leader del Fis, Madani dall'esilio e Benhadj da Algeri.Al contrario, l'emiro del disciolto Ais (Esercito islamico di salvezza, braccio armato del Fis), Madani Merzag, ha lanciato un appello al voto per gli islamici onesti o per il Fln di Abdelaziz Belkhadem, attuale primo ministro.
Diverso l'atteggiamento dell'Algeria laica: chi si è battuto contro l' islamismo radicale e il terrorismo per salvare le istituzioni della repubblica non accetta più il ricatto delle urne per evitare il peggio. ‟Siamo stanchi, finora abbiamo sempre risposto agli appelli per salvare le istituzioni repubblicane, dopo molti sacrifici noi democratici abbiamo il diritto di pretendere che alle istituzioni venga dato un contenuto democratico”, sostiene Ali Djerri. ‟Invece queste elezioni sono state banalizzate, non c'è un dibattito democratico, tutto il gioco è bloccato, chiuso all'interno del potere”.E sono in molti a chiedere un'apertura alla società, che per ora non si intravvede. Anzi sembra che l'Algeria stia tornando indietro: il Fln, che già aveva conquistato la maggioranza relativa nel 2002, confermerà la propria supremazia, supportato da Rnd e Msp. D'altra parte non esiste una opposizione visibile. Sebbene soprattutto e proprio per un problema di visibilità alcuni partiti dell'opposizione si presentino alle elezioni. Non solo il Raggruppamento per la cultura e la democrazia (Rcd) che torna alle urne dopo la rivolta della Kabilya e conta soprattutto sul voto berbero, tanto più che il rivale Fronte delle forze socialiste (Ffs) boicotta. Ma il problema è convincere la popolazione a votare, ammette il segretario del partito, Said Saadi, che pure ha registrato una buona partecipazione nella sua campagna elettorale. Si presenta invece per la prima volta il Movimento democratico e sociale, Mds, derivazione del partito comunista, che paga con una scissione questa scelta. E al Partito dei lavoratori di Louisa Hanoune, unica donna visibile sulla scena elettorale, si aggiunge un'altra formazione trotzkista, il Partito socialista del lavoro.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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