Avendo speso buona parte degli ultimi anni a lamentarmi per la latitanza dei giovani in politica, ogni volta che vedo in televisione un politico di nuovo conio tendo le antenne. Per esempio questa Michela Brambilla, pupilla di Berlusconi, al primo impatto suscita qualche speranza. Niente di azzimato o di pomposo, un’aria popolare e diretta (da figurante di Maria De Filippi) che promette vivacità e franchezza, magari meno cultura ma pure meno perifrasi e lungaggini. Solo che, dopo una buona mezz’oretta di interruzioni petulanti e non sempre congrue, di sorrisetti acidi mentre parlano gli altri, di quella prosa spiccia e terra-terra che secondo i guru della destra rappresenterebbe i sani umori popolari (eufemismo per ridefinire la vecchia maleducazione italiana) mi è venuta nostalgia di De Mita, delle "convergenze parallele" di Aldo Moro e di tutto il vaniloquio barocco degli anziani politicanti italiani. Tra la troppa adrenalina di queste giovani signore in carriera e la polverosa e gesuitica verbosità dei vecchi trafficanti di parole, c’è come un passaggio mancante: che è quello di guadagnare chiarezza però mantenendo profondità, di perdere fumosità però conservando almeno un minimo di calibro intellettuale. Del resto, quando mi lamento troppo della senescenza italiana, mi ricordo sempre che il più giovane presidente della Camera è stata la Pivetti. Direi che ne è bastata una.

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