La pattuglia tedesca si mischia alla folla di civili che ieri mattina frequentava il mercato popolare nel centro di Kunduz. Quattro soldati a piedi, accompagnati da un numero simile di militari di scorta e un interprete afghano, si soffermano qualche secondo in più di fronte alle bancarelle dei venditori di tè. Non ci sono contrordini particolari in questa regione centro-settentrionale del Paese per le truppe che, come è il caso per i tremila uomini del contingente tedesco, fanno parte della missione Isaf-Nato in Afghanistan (cui partecipa anche l’Italia con circa 2.000 soldati). A parte un attentatore suicida, che il 16 aprile si era fatto esplodere nel mezzo di un gruppo di reclute della polizia afgana in addestramento causando 9 morti e 16 feriti, Kunduz è stata considerata sino ad ora una regione relativamente tranquilla. Certo nulla a che vedere con le zone di scontro praticamente quotidiano con i talebani nel sud e nell’est. Ma, proprio davanti alle bancarelle del tè, il kamikaze li coglie di sorpresa. Non c’è tempo per reagire. Una corsa rapida. E lo scoppio. Con il sangue che si mischia alle cassette di verdura sul selciato, le urla, il caos. Tra i morti 3 militari tedeschi e 6 civili. I feriti sarebbero almeno 14, e, tra i più gravi, ancora 2 soldati. L’ennesimo attentato contro i circa 37.000 uomini delle 37 nazioni che compongono Isaf. Solo dall’inizio dell’anno sono una sessantina i morti Isaf. I tedeschi caduti dall’avvio della missione, nel 2002, sono 21. Il 7 giugno 2003 subirono l’attacco più grave, quando persero 4 soldati in pattuglia a Kabul vittime di un attentato suicida. Da Berlino è arrivata tempestiva la reazione del cancelliere, Angela Merkel, che ha ribadito la scelta tedesca di continuare le attività nel teatro afghano. «I nostri soldati stanno compiendo una missione importante per la ricostruzione e la stabilizzazione del Paese. Gli aggressori mirano a boicottare i successi raggiunti sino a ora. I loro attacchi ci riempiono di orrore e disgusto. Ma la comunità internazionale è determinata a proseguire negli aiuti al popolo afghano», dichiara. Tra i tanti messaggi di sostegno e cordoglio anche quello di Romano Prodi, che condanna «questi vili attentati, che elevano il livello di odio e violenza e non contribuiscono alla ricerca di soluzioni più idonee a rendere l’Afghanistan libero e governato democraticamente». Si conferma in ogni caso la volontà talebana a riprendere l’offensiva «di primavera» ed estenderla anche a Kunduz e nelle regioni settentrionali. Una risposta diretta a chiunque li considerava «sconfitti» dopo la morte di uno dei loro capi militari più noti, il Mullah Dadullah, una settimana fa. Quattro soldati americani sono rimasti feriti ieri a Khost, nelle zone orientali, quando il loro veicolo è uscito di strada mentre cercavano di catturare un attentatore.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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