Cominciò tutto con una partita a poker: Norman Florence, appassionato di libri con il vizio del gioco d’azzardo, decise di investire l’intera somma vinta a una lunghissima sfida a carte, circa 30 mila euro odierni, in un festival letterario. Era il 1988. Hay-on-Wye, sino ad allora sconosciuto villaggio lungo il confine tra Galles ed Inghilterra, annidato fra le Black Mountains lungo il corso del fiume Wye per l’appunto, diventà famoso in tutto il mondo, o perlomeno in tutto il mondo delle lettere.
Scrittori di ogni continente calavano a ogni inizio estate in quella cittadina di appena 1450 persone, che vantava però ben 39 librerie, una per ogni trentasette abitanti. Migliaia e ben presto decine di migliaia di lettori accorrevano per ascoltarli. Per tre giorni, i grandi dell’editoria, della narrativa, della critica, si ritrovavano a discutere di letteratura in uno spazio ristretto, dalla mattina alla sera, fra pub di campagna, bed&breakfast, viuzze di ciottoli, mescolati al pubblico. Ben presto, il successo dell’iniziativa la trasformò in un fenomeno internazionale, facendo spuntare festival letterari in tutta Europa.
Ma col tempo il festival di Hay, che ha aperto in questi giorni la sua ventesima edizione, è cambiato, e a non tutti piace il modo in cui lo ha fatto. Lamentele secondo cui stava diventando una ‟Cannes dei romanzieri” sono iniziate a circolare dal 2001, quando l’ex-presidente americano Bill Clinton, che lo descrisse come una ‟Woodstock della mente”, venne a presentare la sua autobiografia per l’equivalente di 150 mila euro, sua tariffa abituale per apparizioni e discorsi. Sulla scia di Clinton, denuncia ora il quotidiano ‟Independent”, altri ‟autori di serie A” pretendono assegni a sei cifre per intervenire ad Hay, dove in passato tutti gli scrittori parlavano gratuitamente, ricevendo al massimo una cassa di vino locale (oltre alle spese di viaggio, vitto e alloggio, a cui peraltro di solito contribuiscono gli editori). E non è solo questione di farsi pagare un ‟cachet”, come un attore o un cantante: è lo spirito di Hay a non essere più lo stesso, accusano i suoi detrattori, sostenendo che il festival è cresciuto troppo e che oggi finisce per separare gli autori dai lettori, diventando niente di più che un ennesimo stratagemma di marketing . ‟E’ un festival delle celebrità, non più un festival degli scrittori”, afferma per esempio Margaret Drabble, autrice di diciassette romanzi, due biografie e vincitrice di svariati premi letterari.‟Naturalmente anche quest’anno ci sono alcuni scrittori veri e importanti, ma l’accento viene messo su pubblicità e show-business, non sull’amore per la letteratura”. Un altro stimato autore inglese, Terence Blacker, rivela che quando ha proposto di presentare ad Hay una sua nuova biografia, gli organizzatori gli hanno controproposto di ‟glamm it up”, cioè di dare un po’ più di ‟glamour” all’evento, facendo intervenire qualche Vip famoso a leggerne dei brani.
Che Hay sia cresciuto, è innegabile. Il primo festival, nel 1988, si fece con un budget pari a 30 mila euro (la vincita a poker di Norman Florence), ebbe 35 letture pubbliche o presentazioni di libri, con un pubblico totale di 1200 spettatori e nemmeno un giornalista a seguire gli eventi. Vent’anni dopo, il budget è salito a 700 mila euro, gli eventi sono 435, gli spettatori 80 mila, i biglietti venduti 150 mila, e la Bbc segue il festival con un talk-show quotidiano, come se fossero i mondiali di calcio. Ma è proprio vero che Hay ‟si è venduto l’anima alla commercializzazione e al culto delle celebrità”, come si domanda l’Independent? Di celebrità, ribatte Peter Florence, figlio del pokerista Norman, in realtà ce ne sono sempre state: da Arthur Miller ad Harold Pinter a Doris Lessing, per citarne qualcuna, ma il fatto che grandi scrittori partecipino ad Hay, accanto ad altri più piccoli, non può essere visto come un difetto o una colpa. Anche quest’anno la lista dei partecipanti comprende quattro premi Nobel per la letteratura, più un ex-primo ministro britannico (John Major, autore di un apprezzato libro sul cricket) e il prossimo premier (Gordon Brown, autore di un bel libro sul ‟coraggio” in politica). Quanto alla commercializzazione, il successo del festival ha fatto aumentare il pubblico, e ciò ha fatto salire i prezzi: indubbiamente Hay è oggi un grosso business, che genera con l’indotto un giro d’affari di quasi 5 milioni di euro. La distanza tra autori e lettori non può dunque essere più la stessa del 1988, quando il festival era una faccenda assai più intima: ma non è nemmeno diventata grande come a Cannes o a Hollywood. ‟Il fatto straordinario è che Hay sia sopravissuto al proprio successo”, osserva James Naughtie, conduttore del programma radiofonico sul festival, ‟sempre più gente viene a questo appuntamento con i libri e questo è di per sé un segno positivo”. Dello stesso parere la scrittrice Lisa Jardine: ‟Per conto mio sarei felice se mettessero luci al neon in tutte le strade di Hay. Più si genera passione per i libri e meglio è, non vorrei certo ricacciarli nel chiuso e nel silenzio aristocratico delle biblioteche, a me piacerebbe che l’anno prossimo venisse David Beckham a presentarne uno”. Conclude il direttore del festival Peter Florence: ‟Hay è cambiato, ma è rimasto fedele a se stesso”. Sembra un ossimoro, ma anche il ‟Gattopardo” diceva qualcosa del genere.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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