La buona notizia della ripresa dei contatti diplomatici tra Iran e Stati Uniti, dopo ventisette anni di ostilità e di sospetti, è stata puntualmente contraddetta dalla decisione delle autorità iraniane di formalizzare le accuse di spionaggio contro tre irano-americani arrestati recentemente. Una manovra per ottenere il rilascio di cinque iraniani arrestati mesi fa a Erbil, oppure qualcuno mira a sabotare l´incontro tra iraniani e americani a Baghdad? Era questa la domanda che circolava a Teheran nei giorni scorsi, quando i tre furono arrestati. Oggi che lo storico incontro è avvenuto, si può solo constatare che gli iraniani sono maestri nelle ripicche, e non mollano mai, nemmeno sui minimi dettagli. Ci si può aspettare che questo tipo di operazioni continui fino al giorno in cui non sarà raggiunto un accordo, e Iran e Stati Uniti riconosceranno che i loro interessi paralleli nella regione superano quelli in conflitto. Un giorno ancora lontano.
Il sociologo Kian Tajbakhash, un urbanista di 47 anni che ha lavorato per la Banca Mondiale e per la Società Aperta di George Soros, e Haleh Esfandiari, direttrice del programma Medio Oriente del Centro Internazionale Woodrow Wilson di Washington, sono stati formalmente incriminati per «aver agito contro la sicurezza nazionale dell´Iran attraverso propaganda e spionaggio a favore di stranieri», ha annunciato ieri il portavoce del potere giudiziario Jamshidi. La terza accusata, Parnaz Azima, una giornalista che lavora per Radio Farda, emittente in persiano finanziata da Voice of America, è accusata di «agire contro lo Stato iraniano». I primi due sono detenuti a Evin, mentre Azima è agli arresti domiciliari. Secondo fonti americane anche un quarto americano con doppia cittadinanza, Ali Shakeri, sarebbe stato arrestato, ma ufficialmente a Teheran dicono di non saperne niente (anche gli iraniani hanno un caso simile, quello di un generale scomparso in Turchia senza lasciar traccia e che secondo Teheran sarebbe stato sequestrato dall´intelligence americana).
Il calvario di Haleh Esfandiari, 67 anni, che veniva spesso in Iran a trovare la madre novantenne, è cominciato in dicembre quando fu derubata dei propri passaporti durante una "rapina" mentre andava in taxi all´aeroporto di Teheran. Le strade della capitale sono sicure, vanta la polizia, ma evidentemente non per tutti. Dopo la "rapina", le autorità non le avevano più consegnato il passaporto, fino all´arresto avvenuto l´8 maggio.
Sembra che durante 52 ore di interrogatorio Esfandiari si sia rifiutata di «confessare», procedura obbligatoria per ottenere la libertà.
Parallelamente alle ripicche, il regime non cessa di sondare la possibilità di rompere la solidarietà europea sul dossier nucleare. È di ieri l´invito al nuovo presidente francese Sarkozy di fare da «onesto mediatore», mentre oggi è stato annunciato l´interessamento iraniano per il Transrapid, supertreno sopraelevato a rotaia magnetica, per un collegamento tra Teheran e Mashhad: un affare enorme per l´alta tecnologia tedesca che lo produce.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>