Sei udienze in un anno. Una e mezzo ciascuno. Vita durissima, per i quattro magistrati della Procura Generale Militare presso la Cassazione: gennaio è lungo lungo, febbraio non scorre mai, marzo è interminabile, aprile una malinconia, maggio fa sospirare Chi l’ha detto che il tempo fugge via? A loro, gravati dalla soma di un’udienza pro capite ogni otto mesi, sembra lo sgocciolio di noia eterna. Sia chiaro, felice il Paese in cui i tribunali militari non lavorano a pieno ritmo. Spesso, là dove i giudici con le stellette sgobbano dalla mattina alla sera, la gente finisce al muro e perde la testa sotto la lama del boia. Oltre mezzo secolo di pace dopo l’ultima guerra mondiale, interrotto solo da qualche missione di polizia internazionale o di interposizione pacificatrice in questo o quel conflitto, ha via via impigrito (e meno male) una struttura che in uno Stato come il nostro non ha molto da sbrigare. Meglio così. Gli organici, però, non sono dimagriti parallelamente al calo dei processi. E anche un mondo come quello della giustizia militare, che l’immaginario collettivo associa a film come ‟Codice d’onore”, coi severissimi magistrati in divisa alle prese con grintosissimi procuratori loro pure graduati come Tom Cruise, ha finito per somigliare a tutto il resto della macchina pubblica italiana. Una macchina pigra pigra che viaggia col motore al minimo di giri. Basti dire che tutti i tribunali militari messi insieme, nel 2006, hanno emesso complessivamente poco più di mille sentenze, in genere su cose di poco conto. Cioè decisamente meno delle sole sentenze penali (poi ci sono quelle civili) fatte segnare da un tribunale ordinario di scarsa importanza come quello di Bassano del Grappa. C’è chi dirà che in compenso sono cresciute le auto blu: una settantina, per servire 103 giudici e i massimi dirigenti. Chi si chiederà perché i cellulari a carico dell’amministrazione siano circa 300 e cioè, dato che i dipendenti dai vertici agli uscieri sono 700 (grossomodo metà militari e metà civili, oltre i giudici) più di uno ogni 3 addetti. Ciò che più colpisce, però, è il carico di lavoro di certi palazzetti della giustizia con le stellette. Come quello di Cagliari. Dove ‟lavorano”, anche se il verbo può apparire spropositato, tre procuratori e quattro giudici e dove nel 2006 risultano essere state emesse 9 (nove!) sentenze. Poco più di una per ogni magistrato residente. I giudici con le stellette, in realtà, le stellette non le portano affatto. Sono magistrati come tutti gli altri, solo che sono stati assunti partecipando a un concorso diverso e non possono passare (il divieto è reciproco) alla magistratura ordinaria se non accettando di sottoporsi a una nuova selezione. In tutto, da Vipiteno a Lampedusa, sono come dicevamo 103. Una ottantina (per l’esattezza 79) nei nove tribunali sparsi per la penisola (Roma, La Spezia, Torino, Verona, Padova, Napoli, Bari, Cagliari e Palermo, con ripartizioni del territorio così bizzarre che Ferrara, ad esempio, non è sotto la vicina Padova ma la lontanissima La Spezia), 17 nelle tre corti d’Appello (Roma, Napoli e Verona), 4 alla Procura Generale Militare presso la Cassazione e gli ultimi 3 al Tribunale di Sorveglianza militare. Cosa sorvegliano? Boh... Carte alla mano, nell’unico penitenziario militare rimasto aperto, a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, sono in cella soltanto carabinieri o poliziotti condannati dalla giustizia ordinaria per reati ordinari. Detenuti militari per reati militari? Zero. Neanche uno. O meglio, in tutta Italia un detenuto, uno solo, ci sarebbe: il vecchio Erich Priebke, l’ex capitano delle SS condannato all’ergastolo nel 1998, dopo una tormentatissima vicenda giudiziaria, per avere partecipato alla strage delle Fosse Ardeatine. Ma siccome ha 94 anni sta da un sacco di tempo agli arresti domiciliari. Dove viene tenuto d’occhio, appunto, da tre giudici. Più 32 impiegati e dipendenti vari, per metà militari e per metà civili. Tutti per lui. Direte: possibile che una situazione così paradossale si trascini per anni senza una svolta? Possibile. Alla Procura Generale Militare presso la Cassazione non va poi diversamente. La Cassazione è la stessa che si occupa di tutti gli altri cittadini italiani. La sede no. È il bellissimo Palazzo Cesi, che sorge in via degli Acquasparta, nel cuore della capitale, e ospita anche la Procura Generale presso la Corte Militare di Appello di Roma. Ad occuparsi dei processi che devono essere promossi davanti alla suprema corte (in genere alla prima sezione), sotto la guida del Procuratore Generale Alfio Nicolosi, sono tre magistrati. Che possono contare su 35 dipendenti vari (anche qui per circa metà militari e circa metà civili) e da anni vanno a dibattere le loro cause in Cassazione in non più di una decina di udienze l’anno. Nel 2006, stando ai dati ufficiali, solo sei. Un’udienza ogni due mesi. Da spartire tra quattro giudici. Processi clamorosi e delicatissimi dalle mille pieghe procedurali? Non proprio. Uno era a un carabiniere che, in convalescenza, ‟non ottemperava all’ordine intimatogli dal capitano di fermarsi nei locali della Compagnia per la definizione di una pratica”. Un altro, per ingiurie reciproche, a un maresciallo e un brigadiere dell’Arma che si erano insultati sanguinosamente con le seguenti frasi testuali: ‟Vengo a contarti tutti i peli nel...”. ‟Sei un coglio...”. Un terzo era intentato contro un militare che, alla fine di una esercitazione, si era tenuto due proiettili. Reato contestato: ricettazione. No, ha precisato la Cassazione: ‟ritenzione di oggetti da armamento”. Condanna: un mese e 24 giorni. Con la condizionale. Valeva proprio la pena di impegnare un mucchio di magistrati fino al massimo grado di giudizio?
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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