Fare il giornalista in un giornale di partito non è umiliante né malvagio, l’ho fatto per molti anni all’‟Unità” ed è stata un’eccellente formazione professionale. A patto, però, di saperlo. A patto che siano chiari i termini del rapporto con i lettori (che devono sapere, essi per primi, che quello è un giornale di partito) e con la proprietà. Nell’agitazione di molti colleghi del "Giornale", sconcertati per la trasformazione del loro quotidiano nella portantina di Michela Brambilla, c’è la giustificatissima denuncia di un’ambiguità inaccettabile: un conto è lavorare per il quotidiano della famiglia Berlusconi, un conto per l’organo di Forza Italia. Si deve e si vuole sapere, insomma, se si è solo giornalisti oppure anche militanti politici: quando lavoravo all’Unità avevo ben chiaro di essere, liberamente, entrambe le cose. Era una mia scelta. Ma chi lavora al Giornale? Indro Montanelli se ne andò dal suo Giornale, che pure aveva creato, perché voleva continuare a fare il giornalista e non il militante politico. E aveva avuto ampia prova di quanto intrusivo e soffocante fosse diventato il suo editore da quando era entrato in politica. Magari sarebbe elegante, a questo punto, che il "Giornale" aiutasse i suoi giornalisti, il suo direttore e i suoi lettori a definire, anche ufficialmente, ciò che è evidente da molti anni (anche quando lo dirigeva Feltri): è un quotidiano di partito. Non c’è niente di male. Basta dirlo.

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