Va bene che l’alta finanza italiana sia retta da un duopolio, qual è quello formato da Unicredito e Intesa Sanpaolo? In effetti, nessun altro grande paese europeo concentra il potere bancario e assicurativo in due sole mani. Non il Regno Unito né la Germania, non la Francia e nemmeno la Spagna dove, accanto ai citatissimi Santander e Bilbao, opera La Caixa, ente non quotato e però grande e potente. La maggior articolazione del sistema finanziario offre vantaggi sul piano della concorrenza e rende più dinamici gli equilibri di potere. Il duopolio, invece, può generare una spaccatura tra guelfi e ghibellini come pure un accordo collusivo. Della prima si registrano alcuni segnali sui fronti di Telecom, Alitalia e Gemina. Il secondo è un rischio immanente nel gioco degli interessi, al di là dei transitori conflitti di personalità tra i signori del credito. Il terzo soggetto che può consentire il superamento del duopolio non manca. E’costituito dalle Assicurazioni Generali, fortissime nelle polizze ma interessate anche alla gestione del risparmio e alla stessa attività bancaria. Senonché le Generali sono connesse quanto alla proprietà con Unicredito, via Mediobanca, e quanto alle partecipazioni e al lavoro bancario-assicurativo con Intesa Sanpaolo. Questa ambiguità è all’origine di una conclamata tensione tra gli estremi della catena: sia Alessandro Profumo che Giovanni Bazoli auspicano Generali forti e autonome, ma il primo teme un Leone al guinzaglio di Intesa, e il secondo paventa che il concorrente Unicredito condizioni il proprio socio eccellente. Del problema tutti sono consapevoli, ma la soluzione difficilmente potrà essere trovata sulla base della buona volontà del nuovo Unicredito, o con il bisturi del regolatore. Ridurre unilateralmente dal 18 al 9% la partecipazione di Unicredito in piazzetta Cuccia, che conserva comunque una salda presa sulle Generali (per Antitrust e Banca d’Italia si tratta di controllo di fatto), certamente aiuta, ma non riporta le lancette dell’orologio al punto di partenza. Un unico grande socio bancario quale sarà il nuovo Unicredito potrà esercitare in Mediobanca un’influenza ben maggiore di due soci in costante divergenza come sono state fin qui le banche di Profumo e Geronzi. Gli altri azionisti di Mediobanca contano poco e poco vogliono contare. All’Antitrust che chiedeva a Capitalia e Unicredito perché non fossero mai scese al 6%, come nel 2003 si erano impegnate a fare per ridurre il loro conflitto d’interessi con piazzetta Cuccia, è stato risposto che la discesa doveva avvenire su richiesta dei partner del patto di sindacato, richiesta mai avanzata. Del resto, la nomina di Geronzi a presidente di Mediobanca è stata decisa tra Unicredito e Capitalia: gli altri soci hanno seguìto come l’intendenza di Napoleone a riprova di chi conta davvero. La tutela della concorrenza, naturalmente, non è delegabile ai soggetti vigilati. Dunque, ad acquisizione di Capitalia perfezionata, la parola passerà alla Banca d’Italia, dove il governatore Mario Draghi anche ieri ha confermato il suo impegno contro i conflitti d’interesse, e all’Antitrust, già assai attivo sul fronte Intesa Sanpaolo. Il campo d’intervento della regolazione è limitato alle banche protagoniste della fusione e alle loro dirette partecipate. Il garante Antonio Catricalà può dettare condizioni al nuovo Unicredito nel suo rapporto con Mediobanca, non a Mediobanca su Generali o a Generali su Intesa. Potrebbe limitarsi a esigere che i rappresentanti di Unicredito non partecipino ai lavori di Mediobanca quando si tratta di Generali oppure, applicando lo stesso rigore usato con il Credit Agricole al quale è stato imposto di ridurre ai minimi la sua quota di Intesa Sanpaolo avendo i francesi rilevato Cariparma, separare con taglio drastico le sorti del nuovo colosso da quelle di piazzetta Cuccia. Il prudente silenzio osservato fin qui dall’Antitrust rende impossibile ogni previsione. E tuttavia un terzo polo indipendente diventa tale se ha forza e convinzioni proprie. Quand’anche venissero, le decisioni del regolatore non sarebbero sufficienti: il ruolo di protagonista non lo regala nessuno. Le Generali e Mediobanca si emanciperanno da ogni tutela, più o meno dichiarata, nella misura in cui i top management sapranno crescere e mettere alla prova le loro stesse compagini azionarie come è accaduto nei due poli bancari, dove le fondazioni hanno accettato di diluire le proprie quote in cambio di maggiore sviluppo. In fondo, l’Europa è già oltre i consolidamenti all’italiana, avvenuti con la benedizione di tutti: l’Opa su Abn Amro lanciata da Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander per dividersi poi il gruppo olandese dice che si possono fare perfino le Opa ostili, perfino nel settore bancario e perfino in cooperativa se il boccone è grosso. Questa svolta offre opportunità che il terzo polo - da solo o con altri - può sfruttare. Ma comporta anche pericoli, perché le Generali oggi, dati i vincoli antitrust, possono essere difese meno di prima.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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