È sinonimo di ‟calzoni corti”, fino al ginocchio come vorrebbe la tradizione o in tutte le fogge; di ricchezza, visto che i suoi abitanti hanno il reddito medio più alto del mondo (76 mila dollari l’anno); e dell’omonimo, adiacente triangolo di mare in cui tutto rischia di scomparire tra flutti tempestosi. Noi italiani la conosciamo anche per un’altra ragione: ospita una delle tante residenze di Silvio Berlusconi, una lussuosa villa in cui il leader di Forza Italia venne immortalato guidando in passeggiata di gruppo i suoi più stretti consiglieri, quando era capo del governo. Ma in questi giorni l’isola di Bermuda fa parlare di sé per un’altra ragione: il moto di improvvisa ribellione che potrebbe portare, se non cala al tensione, all’indipendenza dalla Gran Bretagna.
"Little trouble in paradise", un problemino in paradiso, ironizza per ora la stampa londinese, alludendo al fatto che è difficile immaginare barricate irredentiste in un luogo baciato dal turismo e da una montagna di soldi. Eppure l’eventualità non è da escludere: dopotutto chi avrebbe immaginato, esattamente venticinque anni fa, che il Regno Unito scatenasse una guerra per impedire la perdita di un’altra distante colonia insulare, le Falklands?
Come le Falklands, come Sant’Elena in cui fu condannato all’esilio Napoleone, come l’isola di Pitcairn in cui sopravvissero gli ammutinati del Bounty, come la rocca di Gibilterra e un pugno di altri minuscoli "Territori d’Oltremare", Bermuda è quel che rimane a Londra del glorioso British Empire: all’apice della sua potenza, nell’Ottocento della regina Vittoria, il più grande impero della storia, che controllava un quarto della popolazione mondiale dell’epoca e immensi paesi come l’India, il Canada, l’Australia.
Sessanta chilometri quadrati, sessantacinquemila abitanti, orlata di incantevoli spiagge di ghiaia rosa fine come sabbia, Bermuda è fedele alla sua reputazione di idilliaco paradiso turistico (e fiscale). Ma la popolazione locale di pelle nera, circa il 60 per cento degli abitanti, si sente sfruttata dalla più agiata minoranza bianca e ha già proposto un paio di volte un referendum sull’indipendenza.
L’ultimo, nel 1995, fu respinto col 75 per cento dei voti, perché l’idea di rompere con Londra e perdere il passaporto britannico non piace nemmeno a molti neri.
Adesso, tuttavia, il partito di governo, guidato da un attivista nero radicale di nome Ewart Brown, ha riproposto il referendum. Non solo: il primo ministro Brown (nessuna parentela, ovviamente, col Brown che si appresta a rimpiazzare Tony Blair a Downing street) ha innescato un braccio di ferro con il governatore di Bermuda, sir John Vereker, che rappresenta la regina e il potere di Londra nell’isola, esigendo che questi gli ceda ogni potestà sulla (peraltro esigua) forza di politica locale. Ma dietro la polemica ci sono accuse di corruzione contro il premier Brown: se l’inchiesta nei suoi confronti verrà insabbiata, prevedono i media britannici, la lotta per l’indipendenza potrebbe essere almeno temporaneamente sospesa. Il triangolo delle Bermuda, dopotutto, ha inghiottito di peggio.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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