Probabilmente in controtendenza, e magari imputabile di snobismo, trovo sempre più disgustose e tristi le immagini tivù dei festeggiamenti calcistici, buone ultime quelle di Genova e Napoli (con torme di centauri senza casco). C’è un surplus di adrenalina, di occhi strabuzzati, di nudi sudati, di giovinezze in crisi di nervi, di microfoni strappati al cronista per ululare slogan isterici, che di gioioso non ha molto, e per converso ha parecchio di violento e incontrollato. Eppure, se questo correntone straripante è oramai saldamente maggioritario, e televisivamente vincente, forse sono quelli come me gli emarginati, gli alieni, i guastafeste. E sempre più spesso, di fronte a questi come altri sbocchi di esuberanza popolare che mi esclude, mi domando se non sarebbe meglio lasciarsi andare, non opporre resistenza, accettare. Non resistere, non resistere, non resistere. Quando si incrocia il fescennino, anziché spaventarsi dare qualche colpo di clacson per fingere, se non partecipazione piena, almeno il desiderio di mimesi. Levarsi, se non la camicia, almeno la giacca. Gridare qualcosa di genericamente lieto. Non buttarsi nella fontana, però fare cik-ciak con le mani nell’acqua. Sedersi al tavolino di un bar, sventolare una bandierina anche piccola, guardare gli altri con mitezza anche se non ricambiata. Sperare che il tavolino non venga travolto da uno scooter. Sapere che qui e ora ci tocca vivere. Comunque.

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