È quasi ammirevole, per la sua serafica impudenza, il talento con il quale Roberto Maroni, il volto presentabile della Lega, cerca di tradurre nel gergo democratico i peggiori urlacci e gestacci dei suoi compagni di partito. Il becero bivacco di alcuni deputati leghisti sui banchi del governo (una specie di marcetta su Roma versione indoor) viene interpretato da Maroni come genuina espressione di dissenso democratico. Meglio ancora la sua versione, retrospettiva, del famoso e turpe gesto di quel deputato che sventolò un cappio in Parlamento, introducendo a Montecitorio un refolo di Alabama. Qui Maroni si supera: "il cappio rappresentava Roma che strangola l’economia del Nord". E qui siamo al gesuitismo più puro. Mi domando sempre se, in mezzo alle truppe di fanatici e di esaltati, il ruolo del commilitone moderato sia da considerare con rispetto, perché funge da calmiere, oppure con preoccupazione, perché fa da copertura "per bene" alle peggiori porcherie. Non avendo una risposta certa, sospendo il giudizio su Roberto Maroni. Vale a dire: nel caso abbia sequestrato lui il famoso cappio, non so se lo tenga ben chiuso a chiave nei suoi cassetti, oppure se, quando è solo e sicuro di non essere osservato, lo estragga e ci giochi per suo conto.

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