Fausto Bertinotti ha lanciato un messaggio appassionato: ‟Ci vuole una sinistra unita che parla col cuore”. Ma, da titolare di una delle tre massime istituzioni, la presidenza della Camera, si è accorto che i leghisti, al grido nobile e risorgimentale di ‟fuori dalle balle”, solo tre giorni fa hanno occupato i banchi del governo con un gesto simile a quello tentato nel Parlamento spagnolo dal colonnello della Guardia Civil Antonio Tejero Molina nel 1981?
Quanto alla Guardia Civil, abbiamo avuto anche noi la nostra grave e pericolosa insubordinazione anche se si è scelto di non notarla, il generale Speciale, noto per le ragioni non patriottiche e non di attaccamento al dovere descritte dettagliatamente dal non smentito resoconto del ministro Padoa-Schioppa al Senato (fra le urla indecenti e insultanti della opposizione), ieri non si è presentato allo scambio delle consegne con il suo successore. Non era mai accaduto. Non è un evento facoltativo il passaggio delle consegne, in un corpo militare, non è qualcosa che un generale fa se gli torna comodo e non fa se si trova al mare. È un dovere militare perché rappresenta la continuità di un corpo armato nei suoi doveri e funzioni. Il generale Speciale ha clamorosamente negato quella continuità con un grave atto di insubordinazione.
Non c'è un superiore (tutto il governo intorno a Padoa-Schioppa se necessario, tutta la maggioranza intorno al governo) in grado di intervenire? Nessuno può dire che cosa può nascere da una insubordinazione, anche isolata, anche interpretabile come un gesto squallido di grave maleducazione. Un generale, proprio perché comanda, quando riceve un ordine obbedisce e basta. Oppure inizia una ribellione.
Nell'intervista al Corriere della Sera (15 giugno) Rovati, ex consigliere economico del presidente del Consiglio e amico fraterno, dichiara fin dal titolo: ‟I nemici di Prodi si facciano avanti”. Eccoli i nemici di Prodi. Lui, Rovati, parlava di intercettazioni telefoniche giudiziarie e bancarie. Ma mentre soffia quel ghibli di polvere fitta che sembra accecare un po' tutti, c'è chi annuncia e proclama la marcia su Roma.
Sono l'ex primo ministro e miliardario in carica Silvio Berlusconi, capo di qualunque opposizione (nel senso che se gli sfugge Casini e si allontana in tutta fretta Tabacci, lui arruola chiunque sia pronto a fare il maggior danno possibile alla Repubblica) e il vice presidente del Senato Roberto Calderoli che, come politico, rappresenta poco (un'unghia di xenofobia europea) ma come carica istituzionale è quasi al vertice. Bene, i due annunciano che porteranno a Roma dieci milioni di persone, contro il governo, contro la maggioranza e dunque - alla maniera del gen. Speciale - contro e fuori dalla democrazia.
Direte che chiunque può dire sciocchezze. È vero e bisogna riconoscere che, in questo periodo, viviamo sotto una cattiva costellazione.
Però in questo caso si tratta non di una spacconata ma di un pericolo, per tre ragioni. Perché Berlusconi è ricco. Può pagare ciò che i partiti non possono più permettersi. Perché Calderoli (di cui benevolmente il direttore di Radio Radicale Bordin ha detto la mattina del 18 giugno che ‟ama colorire le sue dichiarazioni”) è pericoloso nel senso squadristico del primo fascismo agrario. E perché le ‟rivolte delle tasse” giustificate o no, sono quelle che, nella storia, hanno sempre portato sovvertimento e sangue.
Governando come ha governato per cinque anni, oltre a triplicare la sua ricchezza, Berlusconi, con l'aiuto della Lega e il silenzio educato degli altri alleati, ha lavorato con lena a spaccare l'Italia. Neppure lui si aspettava quel ‟ma valà, non è vero, non demonizzate Berlusconi. Che cosa farete, voi che puntate tutta la politica su Berlusconi, quando Berlusconi non ci sarà più?”. Ricordate? Era il continuo e un po' seccato ammonimento della sinistra a coloro che vedevano il rischio di quella spaccatura (una moto ti si ferma accanto a un semaforo e il guidatore sputa e grida ‟comunista”! prima di scattare via con l'orgoglio di avere, nel suo piccolo, obbedito agli ordini). Berlusconi, c'è ancora, miracolato da una opposizione (ora risicata maggioranza) che prima ha spinto via dalla scena i movimenti che non gli davano tregua e poi ha iniziato lo smantellamento dei due maggiori partiti, disattivando, nel corso del trasloco verso il futuro del partito democratico, la capacità di tener testa ogni giorno al lavoro di spaccatura.
Quel lavoro continua. Si estende dalla religione ai diritti civili, arriva agli immigrati, alle imprese, al commercio, alle tasse invadendo ogni campo della vita quotidiana.
I talk show politici, da Ballarò a Porta a Porta, ci sono ancora, identici, fiumi di presenze e parole sempre uguali, immagini di un'Italia immutabile e immobile che alimenta il vento dell'antipolitica. Cogliendo quel vento con la quantità di bullismo e di mezzi necessari (Berlusconi) e di spinta eversiva e razzista (Calderoli) si può anche sfidare con maleducazione il capo dello Stato. Da squadristi i due esclamano: ‟Da Napolitano non ci faremo dare quattro pacche sulle spalle”. La mitezza guardinga di tutti i telegiornali li inducono a credere che saranno trattati con bonomia mentre annunciano rivoluzione, perché è tanto tempo ormai che questi personaggi portatori di distruzione, sono trattati come un simpatico ‟folklore italiano”.
Intorno tutto tace. Prodi fa sapere che ‟ci vorrebbe una novena”. Con tutto il rispetto per i credenti, mi domando sebasterà. Da laico, ero rimasto al detto popolare: ‟Aiutati che Dio ti aiuta”.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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