Ci deve essere un gran vuoto, uno spossante senso di attesa e di solitudine se le citazioni del giorno, riportate con enfasi da tutti i giornali (e prima ancora da una folla di telegiornali) sono di Sangalli, Montezemolo e Scajola, ciascuno nel modo sbagliato e dal luogo sbagliato.
Non so niente di Sangalli, presidente della Confcommercio, una delle due associazioni dei commercianti italiani (l’altra è la Confesercenti, ritenuti più di sinistra, quella che ha subissato Prodi di urla e di fischi). Ma non credevo che un astuto commerciante (deve esserlo, se no perché lo hanno eletto?) subentrato al non illustre e plurindagato Billè, fosse così ingenuo da spingere la sua immensa platea di iscritti a rafforzare il sospetto - giusto o ingiusto - che anima molti italiani a reddito fisso (e molte Guardie di Finanza, vedi i loro rapporti). Il sospetto, cioè, che molti commercianti siano evasori. Trasformare il grande evento sociale della categoria in un comizio alla Fidel Castro contro le tasse, alla presenza del grande predicatore dell’evasione Silvio Berlusconi, bene in vista, in posizione telecamera, un comizio che ha incluso anche la trovata retorica di rimpiangere la assenza di Prodi (cui è stata comunque dedicata la dovuta bordata di fischi) è stata una operazione perfetta di rivolta contro le tasse da parte di un tipo di imprenditori sospettato da sempre di infedeltà fiscale. Se il sospetto è ingiusto, come credo, il danno arrecato ai suoi iscritti da Sangalli è certo grande. Ha scatenato un antagonismo fiscale che manterrà a lungo tensione e diffidenza, chiunque governi (a meno che si torni a un regime di evasioni e condoni).
È vero, prima di lui lo aveva fatto, con inattesa alacrità, Venturi, il presidente della Confesercenti. Per giunta, si è prestato, con tutta la sua organizzazione ‟di sinistra” a una trappola un po’ volgare di fischi e di urla, non proprio la reazione tipica di chi cerca fiducia per la propria credibilità fiscale.
Possiamo dire che - insieme - Sangalli e Venturi, ‟destra” e ‟sinistra”dei commercianti italiani, hanno occupato uno spazio che raramente grandi organizzazioni vogliono pubblicamente occupare: invece della dichiarazione dei redditi, la dichiarazione di guerra al fisco. Possibile che Sangalli e Venturi non abbiano mai fatto un viaggio in America, sperimentato qualche acquisto a Manhattan? Si sarebbero accorti che, dal più piccolo negozietto al più grande department store, il venditore compila una "lista di vendita" oltre allo scontrino e alla ricevuta della carta di credito. E applica ad ogni acquirente tre tasse diverse: federale, statale e cittadina (con la possibilità per il cliente di evitare due delle tre tasse se dimostra con un documento di abitare fuori della città e fuori dello stato). Si sarebbero accorti che i commercianti americani, almeno nella storia del dopoguerra e dopo depressione, non hanno mai organizzato proteste di categoria contro le tasse. E - allo stesso modo - non si ricorda alcuna campagna elettorale americana, federale, statale o cittadina, in cui, sia stata agitata la iniqua tassazione dei commercianti (che, tipicamente, passano gli oneri giusti o ingiusti al compratore). Mentre, ovviamente, sono normali e frequenti sia le promesse sia le richieste di tagli di tasse, con la tipica contrapposizione fra destra e sinistra. La destra taglia le tasse ai ricchi, la sinistra al reddito fisso.
Avrebbero anche notato che, in una isola di prosperità come Manhattan, dominano ormai, in tutti i settori, i grandi centri di vendita, che in un decennio hanno spazzato via la operosa, produttiva, utilissima classe media dei commercianti di negozi individuali e di famiglia. Hanno eliminato, anche socialmente, una intera parte di società libera: il negoziante.
Nell’Italia, in cui il fenomeno dei grandi centri di vendita è appena cominciato e sopravvivono ancora con tenacia e bravura centinaia di migliaia di quel tipo di botteghe e negozi che negli Stati Uniti sono scomparsi, non avresti detto che la prima preoccupazione di Sangalli e Venturi sarebbe stata di salvare dai mega-business quelle botteghe o negozi? Chi saranno state quelle migliaia di persone stipate nei due auditori? Tutti proprietari di mega centri commerciali e di shopping malls? Certo lo sfogo di uno schiamazzo, come ai bei tempi della scuola, non se lo nega nessuno se invitato a una piazzata. Però dicano francamente Sangalli e Venturi: c’è un solo economista pronto a dimostrare che i piccoli e medi negozi italiani (con il turismo in crescita e la domanda in aumento) chiudono per tasse, e non piuttosto perché scacciati dai mega-store? Hanno fatto felice Berlusconi, i due capi rivolta fiscale, ma forse non tanti iscritti. Quelli di loro che viaggiano e conoscono il mondo, sono felici che in Italia non ci sia l’inesorabile inquisizione fiscale americana, inglese, svedese, australiana, canadese dove l’arrivo di un ispettore è la peggiore sventura che può capitare a un negoziante. Eppure non ci sono rivolte di categoria perché tutti sanno che una condizione essenziale per il capitalismo, in un paese democratico, è l’assoluta certezza fiscale.
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Di Luca di Montezemolo so abbastanza per stimarlo. E sono tra quelli che non hanno dimenticato che, prima di lui, la Confindustria, presieduta in passato da Guido Carli e Giovanni Agnelli, solo pochi anni fa aveva avuto l’imbarazzante presidenza di Antonio D’Amato.
Montezemolo non solo conosce gli Stati Uniti e la vita pubblica di quel Paese, ma ha anche una laurea americana. Per questo, però, la meraviglia si fa più grande quando l’attuale Presidente della Confindustria assume toni di visione e giudizio generale della cosa pubblica, come se rappresentasse una istituzione e non una categoria. E si attribuisce, dunque, una squilibrante autorità di fatto che - lui sa benissimo - non potrebbe mai avere o attribuirsi nel Paese che gli è caro e in cui ha imparato molte cose di cui, professionalmente, ha dimostrato di valersi bene.
Chi direbbe, da capo degli imprenditori, in una comunità democratica in cui di politica si occupano Governo e Parlamento, e di monitoraggio della politica si occupano i media, frasi arrischiate e destabilizzanti come ‟non ci sono piaciuti i tempi e i modi in cui si è affrontata la sostituzione dei vertici delle forze dell’ordine?”. Ci sono precedenti, certo, di intromissione diretta nella politica degli industriali come categoria. Montezemolo sa bene che non sono buoni esempi. E che quell’elenco (triste, spesso finito male) non comprende nessuno dei paesi che, suppongo, sono il naturale modello di un Presidente di Confindustria di formazione liberale e democratica.
Il riferimento americano mi serve anche per domandarmi - e domandare all’interessato - se ricorda qualche dichiarazione di un Presidente della "American Manufacturers Association" o di fondazione o di "Think Tank" di ambito industriale, una dichiarazione, dicevo, che attacca e scredita i sindacati (‟statali”, ‟pensionati”, ‟fannulloni”) piuttosto che discutere specifiche questioni, affrontare in modo chiaro e diretto contrasti, disaccordi, argomenti di scontro. Che senso può avere, da parte del personaggio di vertice di una parte importante della società italiana, aumentare il disordine, in un momento evidentemente difficile, in cui il contributo al disorientamento e al tumulto tipo Confcommercio non potrà essere ricordato come un merito?
E ancora una osservazione, nello spirito di un trascorso lavoro comune: c’è davvero una inaccettabile cultura anti-industriale nell’Italia di Maranello, in cui il parroco sa suonare le campane quando vince la Ferrari? Parlare di cultura anti-industriale in un Paese in cui tutti hanno ricominciato a comprare Fiat al primo segno di ripresa di quella azienda? Ce lo immaginiamo Robert McNamara, ai tempi in cui era a capo della General Motors, condannare un compito in classe di High School o una tesina di college perché ‟anti-industriale”?
E conosciamo un solo economista, Milton Friedman incluso, in grado di sostenere che ‟la ripresa si deve unicamente alle imprese”? Come non notare che l’affermazione è tecnicamente impossibile?
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Entra in scena Claudio Scajola, rimasto nella memoria degli italiani per due ragioni: era il ministro degli Interni ai tempi del G8 di Genova. Chiunque, dopo quel "pestaggio cileno" di ragazzini inermi (definizione di questo giornale, in tempo reale, molto prima che il questore Fournier lo confessasse ai giudici) l’uccisione del giovane Carlo Giuliani e la mano libera lasciata ai misteriosi black bloc, avrebbe dovuto dimettersi. Scajola si è dimesso più tardi, quando ha definito ‟grande rompiballe” il prof. Marco Biagi, assassinato dalle Brigate Rosse mentre era privo di scorta.
Bene. Claudio Scajola ritorna. E in spregio alla funzione affidatagli di Presidente della Commissione parlamentare di controllo sui servizi segreti, dichiara che ‟il Governo ha agito in modo dilettantesco e irresponsabile” quando ha annunciato la fine del mandato del capo della Polizia De Gennaro.
La gravità, questa sì, irresponsabile, della frase sta nella delicatezza estrema della carica che Scajola ricopre.
Qui non siamo di fronte alla critica politica ma all’abuso di credibilità e autorità da parte di chi - Dio sa perché, con quel passato - è stato investito di quella carica.
È un modo in più, molto allarmante, per spiegare l’appello del Presidente Napolitano a rispettare le Istituzioni, a porre fine al sabotaggio distruttivo che impedisce al Parlamento di funzionare.
Purtroppo, non servirà. Ma almeno è stato detto con chiarezza dove, come si è creato il pericoloso nodo che sta minacciando la vita della Repubblica.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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