Gli Stati uniti d'America non sono più il maggior produttore di emissioni di anidride carbonica del pianeta. Sono superati ormai dalla Cina, che nel 2006 ha emesso ben l'8% più del principale gas ‟di serra” rispetto agli Usa. Quantità assolute, ovviamente: se si divide procapite, l'impronta ecologica di un cinese resta circa un quarto di quella di uno statunitense e metà di un europeo occidentale. La cosa non è però meno significativa. Anche perché il ‟sorpasso” della Cina sugli Usa era atteso ma più in là nel tempo, magari tra qualche anno.
Invece la Cina è già la più grande fonte di emissioni che riscaldano l'atmosfera terrestre. Lo afferma la Netherland Environmental Assessment Agency, l'ente ambientale consultivo del governo olandese: secondo uno studio diffuso il 19 giugno, nel 2006 la Cina ha spedito nell'atmosfera 6.200 milioni di tonnellate di anidride carbonica, contro 5,800 milioni di tonnellate gli Stati uniti; ovvero, il totale delle emissioni cinesi è salito del 9% rispetto all'anno precedente, mentre quelle Usa sono scese del 1,4%. L'Agenzia olandese ha basato le sue stime sui dati dei consumi energetici cinesi pubblicati da Bp (British petroleum, che ha uno dei più efficenti uffici studi in materia) e su quelli della produzione di cemento raccolti dal Geological survey degli Stati uniti. ‟Resta qualche incertezza sui numeri esatti, ma sono le stime migliori e più aggiornati disponibili”, ha spiegato Jos Olivier, uno degli scienziati che ha diretto l'analisi.
Le emissioni americane sono state spinte in giù dal rallentamento dell'economia; quelle cinesi sono spinte in su dalla domanda di elettricità (salita del 150% nei cinque anni dal 2000 al 2005) e di cemento, la cui produzione divora enormi quantità di energia - in tutto il mondo è all'origine del 4% delle emissioni di anidride carbonica; la percentuale sale (al 9%) in Cina, che da sola produce il 44% del cemento mondiale. La principale fonte delle emissioni di CO2 resta però l'energia elettrica, e quella bruciata nelle industrie e nei trasporti. Anche perché il principale combustibile in Cina è il carbone, inquinanti sia per i gas che alterano il clima, sia per polveri ed emissioni acide che rendono irrespirabile l'aria e si sciolgono in piogge acide (il carbone cinese ha un tenore di zolfo molto alto).
Per non parlare delle condizioni di lavoro nelle miniere, dove gli incidenti mortali sono assai frequenti. Ma è l'energia più abbondante in Cina, con riserve stimate in mille miliardi di tonnellate: negli ultimi sei anni la produzione di carbone è raddoppiata, a 1,2 miliardi di tonnellate l'anno, e nel paese sono in costruzione 550 nuove centrali elettriche a carbone. Il nuovo dato ha immediate implicazioni internazionali: aumenterà la pressione sulla Cina perché entri in qualche modo nei trattati internazionali sul clima. Alla fine dell'anno cominceranno i negoziati per un trattato che prenda il posto del Protocollo di Kyoto, che scade nel 2012. Unico trattato sul clima oggi in vigore, Kyoto impone i paesi industrializzati di tagliare le loro emissioni di gas di serra; Washington ha rifiutato di ratificarlo con l'argomento, tra l'altro, che non impone nulla a Cina e India, né ad altri grandi paesi in via di sviluppo.
Non che la Cina sia insensibile: tra lo scioglimento dei ghiacciai sull'Himalaya, l'avanzata dei deserti verso le città nord-occidentali e il degrado dei fiumi, il disastro è ben visibile ai dirigenti cinesi. Però rifiutano di quantificare obiettivi di riduzione delle emissioni: nel primo piano nazionale sul cambiamento del clima, varato all'inizio di giugno dopo due anni di elaborazioni, il governo di Pechino si propone invece di aumentare l'efficienza energetica del paese, del 20% entro il 2010, e di fare maggior uso di energie rinnovabili. Anche nel migliore dei casi le emissioni cinesi continueranno a crescere per i prossimi 10 o 20 anni, prima di stabilizzarsi e forse calare. E questo aggiunge urgenza - a Pechino e a tutto il mondo.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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