È durata meno di ventiquattr'ore l'ultima prova di forza degli studenti della Lal Majid, la ‟moschea rossa”, della capitale pakistana Islamabad: ma è bastata a dare un altro colpo alla credibilità del governo del generale Parvez Musharraf.
Era cominciato tutto venerdì sera, quando un gruppo di studenti religiosi - tra cui una decina di studentesse, avvolte in mantelli neri - aveva preso di sorpresa un centro di agopuntura e massaggi in un quartiere residenziale di Islamabad, portando via 9 persone, tra cui sei donne cinesi: le accusano di ‟attività immorali”, dicono che il locale è in realtà un bordello. Gli studenti dicono che loro non hanno rapito nessuno: hanno ‟portato via sei donne straniere e tre uomini per convincerli” ad abbandonare le loro attività immorali. Situazione imbarazzante per il governo pakistano, che ha buoni rapporti con la Cina.
Islamabad è una città cosmopolita cresciuta attorno a ministeri e ambasciate, enclave di una élite internazionalizzata accanto alla città gemella di Rawalpindi che conserva un carattere più tradizionale. Eppure è là che la Lal Majid ha lanciato la sua campagna di ‟repressione del vizio”, di cui il rapimento delle cinesi è solo l'ultimo episodio. Rispetto a casi passati si è concluso abbastanza in fretta: il governo ha subito trattato con i leader religiosi della Lal Majid - due fratelli, i maulana (mullah) Abdul Aziz e Ghazi Abdul Rashid. Fattostà che tutti gli ostaggi sono stati rilasciati ieri pomeriggio dopo che le autorità hanno garantito che faranno chiudere i centri di massaggi aperti a entrambi i sessi. Ghazi Abdul Rashid ha detto che i nove sono stati rilasciati ‟nell'interesse dell'amicizia sino-pakistana”. Un altro cedimento, dunque. La vicenda della Lal Majid illustra fin troppo bene l'atteggiamento ambiguo del presidente Musharraf verso le forze religiose estremiste in Pakistan.
In gennaio la ‟moschea rossa” con le sue due madrasa (scuole coraniche), una femminile e una maschile, ha lanciato una campagna per chiedere che la sharjah, legge coranica, sostituisca la legislazione civile pakistana (già ampiamente ispirata alla legge religiosa per tutto ciò che riguarda la morale, la famiglia e lo statuto della donna). In gennaio centinaia di studentesse (alcune con mitra) hanno occupato una biblioteca per protestare contro l'ordinanza municipale che imponeva di demolire le moschee costruite abusivamente su terreno demaniale, come appunto la Lal Majid: le autorità non hanno osato mandare la polizia contro le ragazze e hanno ritirato l'ordinanza. In marzo gli studenti avevano rapito tre donne da un appartamento che, dicevano, era in realtà un bordello, liberandole solo dopo pubbliche ammissioni e dichiarazioni di pentimento. Poi se la sono presa con i negozi di video che vendono film occidentali.
Simili azioni da ‟polizia anti-vizio” sono avvenute in più riprese a Peshawar e altre città della più tradizionalista Provincia di Nord-ovest; la Lal Majid (che afferma di avere circa 5.000 seguaci) fa scalpore perché imperversa a Islamabad.
Molti in Pakistan si chiedono perché il governo permetta l'impunità a un istituto religioso che compie azioni di forza, sostiene pubblicamente i Taleban e incoraggia i suoi studenti a unirsi alla jihad in Afghanistan - anzi, i due leader della Lal Majid hanno minacciato di scatenare un'ondata di attacchi suicidi se il governo li toccherà. Il presidente Musharraf ha risposto, a intervistatori della tv araba Al Jazeera, che adottare una linea dura avrebbe provocato forse un bagno di sangue e di sicuro una reazione contraria. Sta di fatto che la ‟moschea rossa” resta tra quelle che riceve fondi governativi.
Il fatto è che il governo Musharraf, che continua a emarginare le forze politiche civili pakistane, si appoggia ai partiti religiosi per sostenere il suo governo. Tanto più ora, dopo che le dimissioni forzate del capo della Corte suprema hanno suscitato proteste e rivolte (si ricordi quella di Karachi, il mese scorso, con 41 morti), fino a diventare la più forte sfida politica contro il presidente che ha preso il potere 9 anni fa con un colpo di stato.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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