Per la prima volta, il Congresso degli Stati uniti se la prende con i fabbricanti di automobili: una legge approvata giovedì sera dal Senato di Washington richiede che tutti i veicoli messi in vendita negli Usa a partire dal 2020 consumino il 30% di carburante in meno rispetto alle medie attuali. Fa parte di una più ampia legge sull'efficienza energetica, qualcosa che fino a un po' di tempo fa non preoccupava troppo l'America. Ma ormai il combinato di prezzi del petrolio alle stelle, e pressioni interne e internazionali a rallentare i cambiamenti del clima, ha spinto anche i legislatori di Washington a porsi il problema di consumare meno energia.
La legge approvata dal Senato Usa è una vera sconfitta per i fabbricanti d'auto, che si erano mobilitati per ottenere standard meno drastici. Nei giorni scorsi rappresentanti dell'industria e i loro lobbisti avevano condotto una campagna martellante, con iniziative al Congresso e annunci pubblicitari sui giornali: battaglia che riprenderà senza dubbio nei prossimi giorni, quando la bozza approvata dal Senato passerà alla Camera dei rappresentanti (è all'ordine del giorno prima della pausa del 4 luglio, festa nazionale). Se la nuova legge sarà approvata in via definitiva, i fabbricanti dovranno attrezzarsi a mettere sul mercato dal 2020 veicoli capaci di percorrere 35 miglia per gallone, contro la media attuale di 25 miglia per gallone (un gallone è 3,8 litri: il nuovo standard sarà dunque 56,3 chilometri con 3,8 litri di benzina, o circa 15 chilometri per litro contro gli attuali circa 11 km/l). Il nuovo standard si applicherà a tutte le automobili, camion leggeri e anche Suv, «sport utility vehicle», che ora consumano assai più della media. I fabbricanti si erano battuti per uno standard più basso (30 miglia per gallone); hanno ottenuto solo che la legge ometta di indicare ulteriori aumenti di efficienza dei veicoli oltre il 2020. Anche così, è una novità assoluta: «Questa legge mette l'America sulla strada verso la riduzione della nostra dipendenza dal petrolio», ha commentato il portavoce della maggioranza democratica al Senato, Harry Reid (del Nevada). Secondo la Union of Concerned Scientists (gli «scienziati impegnati»), i nuovi standard di efficienza faranno risparmiare 1,2 milioni di barili di petrolio al giorno e riduranno le emissioni dell'equivalente che se si togliesse un terzo dei veicoli dalle strade.
Per la verità la legge approvata dal Senato Usa è solo una mezza vittoria, per i senatori democratici che l'hanno spinta: puntavano anche a un dispositivo di tasse sui derivati del petrolio, pari a 32 miliardi di dollari annui da investire in incentivi fiscali per l'energia solare, eolica, etanolo e altri carburanti rinnovabili (non a caso hanno avuto il favore dei senatori dei grandi stati agricoli, che già beneficiano dei sussidi per l'etanolo prodotto dal mais...). Sorvolando per un attimo sulla vera e propria truffa «verde» che è l'etanolo, questa seconda parte della legge non è passata. Questo «sottolinea il potere di veto di arroccatissimi gruppi industriali, dai petrolieri e i produttori di energia elettrica ai fabbricanti d'auto, che hanno martellato il Congresso in questi giorni per difendere i loro interessi», scrive il New York Times: e «anticipa gli ostacoli potenzialmente ancor più grandi con cui dovranno scontrarsi i democratici quando in autunno si discuterà di ridurre le emissioni di gas di serra che riscaldano l'atmosfera terrestre». Una lobby su tutti i fronti, compreso il think thank conservatore (la Heritage Foundation, in questo caso) che per l'occasione ha sfornato uno studio su come le tasse avrebbero fatto aumentare il prezzo della benzina. I repubblicani sono riusciti anche a bloccare una misura che avrebbe imposto ai produttori di energia elettrica di usare almeno il 15% di fonti rinnovabili entro il 2020. Ma ha ragione il quotidiano newyorkese: il dibattito di questi giorni anticipa una battaglia più ampia, perché prima o poi il Congresso dovrà fare i conti con la questione del clima, cioè con i consumi di energia.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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