Dopo puntute polemiche, il Tar ha fissato a 78 decibel il massimo frastuono consentito al concerto milanese di Vasco Rossi. Uno spettacolo di due ore, una tantum, si è dunque meritato l’interessamento di autorità e istituzioni. Ma tutto intorno a San Siro, ventiquattro ore su ventiquattro, la somma di infinite piccole violenze acustiche produce, a pioggia, milioni e milioni di decibel. L’inciviltà sonora produce un concerto ininterrotto: motociclette scoreggione, automobili che fanno tum-tum ai semafori con l’autoradio a bomba, urla notturne, l’odiosa abitudine di rimpinzare di musica negozi, bar, ristoranti, ascensori. Le città sono in ostaggio di un’umanità intronata, perennemente connessa a suoni e ritmi senza i quali teme di collassare, come se il fracasso fosse la sua spina dorsale. Siamo, come è noto, il popolo di più scadente educazione musicale, e forse proprio per questo uno dei più rumorosi e cacofonici. Alcune tribù di venti e trentenni, nei quartieri fichetti di Milano, usano il battito elettronico della musica techno come la cocaina, solo che costringono a inalare musica (brutta musica, poi) anche chi non vorrebbe. Chi va a sentire il rock allo stadio compie una scelta, e per così dire ottimizza i decibel, concentrandoli in un singolo e apposito spazio, e in due ore di tempo. E’ il resto, è il fracasso disperso e imposto, è la musica involontaria e passiva quella che sfascia i nervi. E viola la libertà degli altri.

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