Un’ovazione senza precedenti alla camera dei Comuni, con tutti i deputati in piedi ad applaudirlo mentre se ne va. Le dimissioni rassegnate nelle mani della regina a Buckingham Palace, come vuole una tradizione secolare. Un nuovo posto di lavoro, offertogli dalle potenze mondiali: mediatore di pace in Medio Oriente, nella speranza che faccia per israeliani e palestinesi ciò che ha fatto per protestanti e cattolici in Irlanda del Nord.
E una frase da ricordare, forse da consegnare alla storia, le sue ultime parole in pubblico da primo ministro, nell’aula del parlamento di Westminster: ‟C’è chi disprezza la politica, e questa arena è talvolta il luogo di accese polemiche. Ma più spesso, per me, è un posto dove ci battiamo tutti insieme a testa alta per nobili cause”. Pausa ad effetto, quindi la battuta conclusiva: ‟Questo è tutto. The end”. Finisce così il film dei dieci anni al potere di Tony Blair. Ora ne comincia un altro, diretto e interpretato da Gordon Brown.
Una giornata storica, la definisce la Bbc. Certamente una giornata particolare, dettata da un cerimoniale elaborato, ma non priva di emozioni. Si parte con l’ultimo dibattito ai Comuni di Blair nei panni di primo ministro. Dopo questo appuntamento, scherza subito lui, non ne ha altri in programma, ‟né per oggi, nè per i giorni a venire”, e strappa la prima risata all’uditorio. Un laburista lo accusa di avere abbandonato il socialismo, Blair replica: ‟Io e lei siamo sempre in disaccordo, ma la sua definizione di socialismo, una politica per tutti e non solo per pochi, piace anche a me”. David Cameron, leader dei conservatori, lo elogia sportivamente per ‟dieci anni al potere” e per ‟innegabili risultati”, facendogli gli auguri per la carriera futura. Blair ringrazia, ma aggiunge sornione: ‟Faccio anch’io i migliori auguri a lei, sebbene non per la carriera futura”. Ridono tutti: sembra di stare a teatro. Un deputato conservatore lo accusa di avere, firmando il nuovo Trattato europeo, sottomesso la Gran Bretagna a Bruxelles: ‟Ho grande stima dell’onorevole collega”, lo rintuzza Tony amabilmente, ‟ma lo saluto con un au revoir, aufidersen, arrivederci”. Viene giù la platea. Poco dopo, quando Blair chiude il dibattito difendendo la ‟nobile causa” della politica, scatta il battimani collettivo: tutti in piedi ad acclamarlo, Gordon Brown gli molla pacche sulle spalle, tanti occhi lucidi di commozione. ‟Mai vista una scena simile”, osserva l’anziano Menzien Campbell, veterano di Westminster.
Dal parlamento Blair torna a Downing street, posa davanti al numero 10 con la moglie Cherie e i quattro figli, poi insieme alla ‟first lady” raggiunge Buckingham Palace per l’ultima udienza dalla regina. Nessuno può sentire cosa si dicono, ma il protocollo è noto: ‟Maestà, accetta le mie dimissioni da capo del suo governo?”, chiede il primo ministro. ‟Le accetto”, risponde Elisabetta II. Quindici minuti dopo, quando lascia il palazzo, Blair non è più premier: è ridiventato ‟Mr. Blair”, come lo saluta un ciambellano di corte. Nel frattempo, però, arriva come previsto la nomina del Quartetto di negoziatori mediorientali (Usa, Russia, Onu, Ue): sarà il loro ‟inviato speciale”, un supermediatore di pace tra israeliani e palestinesi. ‟Due stati che vivano in pace e sicurezza fianco a fianco”, è l’obiettivo fissato da Blair nel discorso di poco prima ai Comuni. Che ci riesca o meno, intanto non resta disoccupato: continuerà a fare politica, con la speranza di far dimenticare la guerra in Iraq.
Mentre Blair si dimette anche da deputato per dedicarsi a tempo pieno al Medio Oriente, a Buckingham Palace è il turno di Gordon Brown e di sua moglie Sarah. La regina gli assegna l’incarico di guidare il governo, la Jaguar da premier lo conduce a Downing street, dove Brown pronuncia il suo primo discorso: ‟Ascolterò e imparerò. Nel paese c’è voglia di cambiamento, e il cambiamento non può venire da una vecchia politica. Userò tutti i talenti a mia disposizione per forgiare un nuovo spirito di servizio pubblico”. Serio, determinato: quasi una predica, non sorprendente dal figlio di un pastore protestante, che aspettava da dieci anni di rimpiazzare l’amico-rivale Blair. Prima di scomparire con la nuova ‟first lady” dietro il portone, Brown ricorda il motto della sua scuola in Scozia: ‟Dare il massimo”. Il suo film comincia così. Vedremo se piacerà più o meno di quello appena terminato.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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