Fa molta tenerezza il George Bush che invita alla Casa Bianca filosofi, storici e teologi per dotare di qualche conforto culturale il suo crepuscolo politico. Politici e pensatori dovrebbero essere, almeno in teoria, categorie naturalmente confinanti: e frequentarsi, dunque, per quella promiscuità strutturale che lega le professioni intellettuali. Senza voler pretendere la quasi totale intercambiabilità dei due ruoli (il politico e l’intellettuale) nelle leadership della politica europea, che hanno sempre considerato la politica (magari presuntuosamente) il più alto dei lavori intellettuali, colpisce un leader potente come Bush che convoca "specialisti" al suo capezzale nello stesso modo in cui ci si rivolgerebbe a un otorino o a un idraulico o a un architetto. Ne discende l’immagine, triste e preoccupante, di un potere che non ha avuto alcun bisogno della cultura per farsi le ossa e orientarsi nel mondo. L’atteggiamento anti-culturale della nuova destra mondiale, del resto, spiega molte cose (se non tutto) a proposito della pretesa "egemonia culturale" della sinistra. A volte, agli intellettuali, basta telefonargli, e magari vengono pure a trovarti. I libri sono in tutte le librerie e le biblioteche. Il cervello è a disposizione di ogni singolo portatore. Se poi ci si riduce a organizzare un party d’addio con un paio di intellettuali "amici", è segno che il tempo per recuperare è molto poco.

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