Nelle indagini del Sismi su magistrati, militari, giornalisti considerati "di sinistra", e dunque "destabilizzanti", c’è un puzzo familiare. Che attraversa quasi intatto oltre mezzo secolo di storia repubblicana. E’ il puzzo della discriminazione quasi etnica (non trovo un’altra parola) con la quale un pezzo del potere italiano, della politica italiana, della società italiana, guarda ai connazionali di sinistra, o ritenuti tali. Se nel caso di Gladio ci si poteva rifare alle asprezze della Guerra fredda, viene da domandarsi, mezzo secolo dopo e a Muro di Berlino caduto, per quali recondite necessità istituzionali il servizio segreto militare indaghi giudici e generali considerati "rossi". Neanche l’ombra della fellonia, o di "interessi stranieri", o di quant’altro meriti sospetto, grava sulle persone schedate e spiate dal servizio segreto militare. Se ne deduce che le vecchie armi dell’anticomunismo, oggi rese desuete dal mutamento radicale dello scenario politico e storico, tornano utili per obiettivi del tutto nuovi. Servono a controllare o intimidire giudici che fanno il giudice e giornalisti che fanno il giornalista, e favorire l’impunità di questa o quella cordata di potere. Il recente spreco dell’epiteto di "comunista" non è solo folklore. Funziona ancora da richiamo pavloviano in certi uffici, che appena vedono rosso abbaiano e aprono un dossier.

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