Se racconti a un collega europeo o americano che in Italia magistrati e giornalisti sono stati sistematicamente posti sotto sorveglianza, intercettazione e pedinamento da parte dei servizi segreti militari durante tutto il periodo del governo Berlusconi-Fini-Casini, ti dicono: certamente in Italia magistrati e giornalisti sono in rivolta e il nuovo governo avrà chiesto al Parlamento di aprire una inchiesta. A una affermazione come questa devi dare - nella buona tradizione del linguaggio politichese - ‟una risposta articolata”. Vuol dire tre risposte diverse. La prima: sì, il Consiglio superiore della magistratura ha unanimamente denunciato il grave fatto (spionaggio dei giudici, colpevoli o sospetti di occuparsi di numerosi processi in cui l’eccezionale primo ministro italiano era imputato) e ha indicato che si tratta di una violazione gravissima di leggi e Costituzione.
La seconda: no, i giornalisti italiani non hanno fatto una piega. Chi è stato spiato, ti fanno capire, se l’è voluta. Nessuno ti obbligava a essere ostinatamente anti berlusconiano. Certo, tra gli spiati c’erano il segretario della Federazione della stampa, che dovrebbe rappresentarci tutti, ma la notizia non ha provocato grandi emozioni. Certo, tra gli spiati c’era l’infaticabile animatore di Articolo 21, Giuseppe Giulietti, ma la scelta di punzecchiare il gruppo berlusconiano è tutta sua, se la veda lui. Certo, hanno spiato il direttore, poi ex direttore di questo giornale, quello che - tra la costernazione di molti - aveva chiamato la bene oliata macchina berlusconiana ‟regime” perché funzionava implacabile nelle ventiquattrore senza perdere un colpo, da Vespa a Vespa.
Con quei cinquecento titoli di questo giornale che il signore e padrone dei media italiani andava sbandierando come evidenza di inconcepibili attacchi contro di lui, non direte che non se lo è meritato. Infatti mai gli è toccato uno di quegli orologi che il ‟capo” affettuosamente regalava a fine intervista (orecchini per le signore). Invece, pedinamenti e intercettazioni (noiosissime, devo supporre: o ripetevano le cose gia scritte negli articoli o riguardavano le prodezze dei nipotini).
Ma ci sono anche giornalisti europei, come il corrispondente di Liberation Eric Joseph. E qui vengono fuori analogie curiose: gli spiati perdono il posto. Le ragioni sono varie, le circostanze diverse, salvo due fatti: in epoca di terrorismo internazionale in un Paese democratico membro fondatore dell’Unione Europea, il direttore di un giornale italiano sgradito e il corrispondente di un quotidiano europeo considerato nemico vengono affidati alle attenzioni dello spionaggio militare e concludono un po’ prima il loro mandato.
Francamente non capisco che cosa abbia trovato di così divertente in tutta la storia un giornalista come Vittorio Feltri, che ha dedicato alla vicenda, nel titolo di Libero (domenica 8 luglio: ‟Berlusconi spione”) un goliardico sarcasmo. Devo dire che, indipendentemente dalla collocazione a destra o a sinistra, questo suo sganasciarsi dal ridere per i colleghi spiati è un po’ una sorpresa. Lo conoscevamo come carico di opinioni (legittime) però giornalista, curioso e attento alle anomalie. In questo caso, l’anomalia è certamente grande. Possiamo fare un altro esempio di giornalisti spiati perché avversari politici in qualunque altra democrazia?
Terzo: il governo dell’Ulivo è stato molto riservato. Prodi ha detto che promuovere una commissione d’inchiesta è prerogativa del Parlamento. È vero, è giusto. Ma forse la sosta di un minuto sull’argomento da parte del consiglio dei ministri o del portavoce del governo avrebbe orientato i cittadini.
È toccato a Piero Fassino, da solo, dire che, se un evento di spionaggio militare a danno di magistrati e giornalisti avviene in coincidenza con le data di inizio e di fine del governo Berlusconi, non occorre essere Sherlock Holmes per concludere che Berlusconi ha dato gli opportuni ordini. Dopo tutto - aggiungiamo noi - era la stessa persona che andava in giro affermando che ogni critica a lui era una critica all’Italia. Sì, lo so, adesso sembra una affermazione un po’ folle e profondamente antidemocratica. Ma questo era il ‟regime”. Un ‟regime” usa lo spionaggio militare contro ogni libera e democratica manifestazione di critica. Servono altre evidenze?
Ma torniamo al segretario Ds. Fassino chiede una pronta inchiesta del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. È la sede giusta. Probabilmente, se si aggiungessero altre voci di autorevoli membri del governo di centrosinistra, benché molto impegnati sul tesoretto e sulle pensioni, sarebbero utili per rompere il muro di omertà dei vari Bondi e Cicchitto. Parlano di ‟polverone” a proposito delle notizie sullo spionaggio, proprio mentre alzano un polverone perché non si parli di quell’incredibile spionaggio e non si apra nessuna inchiesta.
E se i magistrati appaiono uniti e unanimi nel denunciare lo scandalo delle intercettazioni e del pedinamento di alcuni di loro, perché non dovrebbero essere uniti e unanimi nella stessa denuncia i giornalisti italiani?
Che dite, c’è speranza?
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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