La mattina aveva scambiato le solite quattro chiacchiere al telefono con Carlo De Benedetti. Nel primo pomeriggio, mentr’era assopito, il cuore, che dalla metà degli anni Ottanta lo sorreggeva nella battaglia contro la sclerosi multipla, ha infine ceduto. Claudio Rinaldi se ne è andato a 61 anni, lasciando la moglie Loredana, conosciuta sui banchi dell’Università Cattolica di Milano negli anni Sessanta, la figlia Giulia e la nipotina Claudia. Il giornalismo italiano perde il miglior talento della sua generazione, l’unico che ha diretto tutti e tre i maggiori settimanali, L’Europeo, Panorama e L’Espresso. E che probabilmente, se la salute non l’avesse tradito, avrebbe potuto guidare i più importanti quotidiani, a cominciare da Repubblica anche se, pur avendo sempre riconosciuto il primato di Eugenio Scalfari, non ha mai fatto parte dell’inner circle del fondatore. Rinaldi ha lavorato fino all’ultimo. Nel numero dell’Espresso in edicola, si può ancora leggere la sua rubrica ‟Non ci posso credere”. Vi si trova la prima faccia di un genere, il Rinaldismo: l’inossidabile polemica contro Berlusconi. Rinaldi si diverte a citare Vittorio Feltri, direttore di Libero, che consiglia a Silvio di ‟non fare il bamba” e di assumere Luca di Montezemolo, per sottolineare l’inadeguatezza dell’attuale leadership dell’opposizione di fronte al centrosinistra veltronizzato. Ma il Rinaldismo è giornalismo combattente ma non militante. Ha un’altra faccia che, con ribalda ironia, spiazza la sinistra comunista, statalista e bacchettona nella politica, nell’economia e nel costume. È questa la doppia cifra che fa di Rinaldi non solo un capo che ha saputo far convivere sotto lo stesso tetto solisti rivali del calibro di Giorgio Bocca e Giampaolo Pansa, ma anche un caposcuola che, nel tempo, ha lanciato firme nuove: da Barbara Palombelli a Bruno Manfellotto, da Giampiero Mughini a Filippo Ceccarelli, da Fiamma Nirenstein a Maria Laura Rodotà. Rinaldi eleggeva l’avversario - da demonizzare, come diranno i suoi critici - tra gli squali della politica, non tra i tonni. Il primo fu Bettino Craxi, con gran soddisfazione di Ciriaco De Mita e dell’allora capo del politico di Panorama, Pasquale Nonno. Il secondo è stato Berlusconi. Dopo il 1994, Umberto Eco consigliò L’Espresso di passare dalla campagna a cadenza settimanale a colpi fortissimi una tantum. Rinaldi gli dette retta a modo suo: si mise a criticare anche i Ds. Il fatto è che Craxi e Berlusconi consentono al Rinaldismo una presa di distanza radicale, ma non snobistica. La voglia di vivere e il gusto del rischio appartengono anche al Rinaldi che a Capalbio sfida a poker Carlo Caracciolo, Gianluigi Melega, Jas Gawronski e, non di rado, Giuliano Ferrara, e che pubblica con allegria le algide bellezze di La Chapelle e la burrosa Valeria Marini, sopportando con romana pazienza le rimostranze di Giulia Maria Crespi, azionista dell’Espresso. Scelto da Lamberto Sechi, l’ideatore del Panorama anglosassone, Rinaldi è poi approdato al giornalismo di opinione, ottenuto con campagne mirate (una per tutte, le rivelazioni del teste Omega su Previti, portate da Chiara Beria) e ravvivato dai titoli brillanti di Antonangelo Pinna. A Rinaldi è stato riconosciuto un personale senso della misura. Che si è manifestato in quattro modi: nel tagliare la strada anche ai ‟suoi” (ieri la copertina su Dalemoni, crasi pansiana tra D’Alema e Berlusconi inciucianti nella Bicamerale, oggi la richiesta di dimissioni a Vincenzo Visco); nell’aprire Panorama a un uomo come Indro Montanelli; nel reclamare il rispetto delle sentenze anche per Sofri (lui che, sia pure per poco, aveva fatto parte di Lotta Continua, dopo aver presieduto tra il 1967 e il ‘68 l’assemblea del Movimento studentesco della Cattolica); nella decisione di non affondare i colpi quando l’avversario era caduto. Uno stile di cui si è reso conto il Craxi di Hammamet, che, peraltro, non aveva esitato tanti anni prima a scrivere al suo censore una lettera affettuosa non appena ebbe notizia della malattia. Chi non conosce le persone può considerare Rinaldi un uomo di De Benedetti. In realtà, tra i due c’era un’amicizia fiorita nel 1976, dopo i cento giorni dell’Ingegnere alla Fiat, quando non erano ancora importanti, nel corso di un incontro a Torino, presente un altro redattore di Panorama, Nazareno Pagani. E oggi De Benedetti dice: ‟Ho perso il mio migliore amico. Da oggi sono più solo”. Quando Rinaldi lasciò L’Espresso, Cesare Romiti lo andò a trovare nella redazione di via Po, a Roma. L’ex uomo forte della Fiat, al quale non erano stati fatti sconti, chiacchierò un’oretta con il giornalista dimissionario, costretto sul divano, senza che si facesse una sola parola sulla malattia. All’uscita, Romiti fu udito mormorare tra sé e sé: ‟Quell’uomo è un eroe”. L’avesse sentito, Rinaldi ne avrebbe sorriso. Più semplicemente, riteneva il suo il modo più razionale di non dare confidenza al destino.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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