Ah, questi figli. Dico il figlio di Osama e il figlio di Bossi (senza nessun accostamento malizioso tra i due capi tribù), che tanta pena danno ai loro autorevoli padri, e ne abbandonano le piste. Quello di Osama è diventato il sesto marito di una vivace signora inglese che ha il doppio dei suoi anni, se ne impipa della guerra santa e sta brigando per avere il passaporto inglese. Quello di Bossi (figlio di primo letto: i capi del centrodestra sono tutti divorziati, tranne il Papa) vuole partecipare all’Isola dei Famosi, sfidando i "calci nel culo" che l’ancora vigoroso genitore minaccia di infliggergli.
Ne discende l’aurea regoletta, già nota a noi genitori normali, secondo la quale i figli sono entità ignote e autonome, destinate a diventare qualcuno o qualcosa di profondamente diverso da noi. Questo garantisce patemi, ma anche clamorose sorprese, e soprattutto garantisce la continuità della vita, la sua varietà, la sua divagante potenza. In una spelonca asiatica e in una villetta orobica, due padri fertili (cinque figli il Bossi, una cinquantina il Bin) sono costretti a verificare quanto la loro autorevolezza di capi patriarcali, e di custodi della Tradizione, sia fragile al cospetto della maestà del Caso, e dell’irresistibile libertà dei figli. Che poi sposare una signora con cinque divorzi alle spalle e partecipare al Grande Fratello siano tipiche cazzate da apprendisti adulti, è un altro paio di maniche. L’importante, per crescere, è sempre disobbedire al Padre.

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