Alla fine, dopo i fondi di private equity americani e la russa Aeroflot, anche Carlo Toto ha deciso di lasciar perdere. Il patron di Air One e i suoi soci finanziari, si sono ritirati dalla gara per Alitalia. La mesta conclusione del tentativo di privatizzare la compagnia di bandiera fa emergere le contraddizioni del governo Prodi, stretto tra le velleità riformiste del ministero dell’Economia e i ricatti del sindacalismo corporativo e della sinistra radicale. Il principale challenger privato di Alitalia ha cercato fino all’ultimo di allargare le maglie di un bando di gara scritto per vendere un’impresa normale e non una del tutto speciale, con una storia che è un concentrato di errori senza eguali e con un presente fallimentare. Il bando, per andare al sodo, non prevedeva il negoziato preliminare con i sindacati e la revisione degli accordi con Az Service, la società che fornisce molti servizi di terra e che è partecipata per metà da Alitalia e per metà dallo Stato, tramite Fintecna. La storica collusione tra compagnia e sindacati ha bruciato miliardi di euro di ricchezza pubblica, e ha infine soffocato la possibilità estrema di un rilancio. Il governo aveva due strade: affrontare direttamente i sindacati da azionista di Alitalia ponendoli davanti all’aut aut oppure lasciare che lo facesse il vincitore della gara subordinando il closing dell’operazione ai due accordi cruciali. Non ne ha scelta nessuna, sperando nello stellone. Ma i salvataggi delle grandi imprese in crisi esigono realismo e senso di responsabilità: nessuno rischia quattrini al buio, e chi vuol vendere non può non saperlo. Si son persi così sette mesi. Alitalia ha bruciato altri 2-300 milioni. E, più ancora, gli ultimi centesimi del capitale più prezioso, che si chiama fiducia: quella che Romano Prodi e Tommaso Padoa- Schioppa avevano suscitato annunciando l’intenzione di privatizzare il simbolo dei fallimenti dello Stato imprenditore. Ora, con 700 milioni di obbligazioni in giro, l’azienda parastatale Alitalia si avvicina al lavacro delle procedure concorsuali, che potrebbero rimescolare ancora le carte e, forse, far riemergere i pretendenti del passato, Air France e Lufthansa.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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