L’animosa, amara lettera della lettrice Mila Spicola, pubblicata ieri in prima pagina su questo giornale, nella quale lamentava il sessismo dei maschi italiani, aveva questo di veramente impressionante: che avrebbe potuto essere scritta, pari pari, quarant’anni fa, quando il femminismo era ai suoi primi passi, quando tutto pareva ancora da fare e da disfare, quando sembrava di essere all’inizio di un lungo cammino. Se rileggiamo oggi le stesse precise cose che sentimmo dire allora, quasi con le stesse parole – la stessa rabbia "di genere", le stesse analisi spietate – significa che niente è cambiato. Anzi, peggio: significa che le poche o tante cose che stavano cambiando, o che ci parevano cambiate per sempre, sono state ricacciate indietro una a una, cancellate, represse, e siamo tornati al punto di partenza. Il neo-maschilismo (e il neo-clericalismo, e il neo-conformismo, e la neo-censura, eccetera) sono semmai più virulenti dei loro ceppi originari, come è tipico dei periodi storici reazionari (come il nostro), quando la restaurazione somma ai vecchi abusi di potere anche il veleno vendicativo dell’odio e del disprezzo contro chi ha osato mettere a soqquadro l’ordine costituito. Grazie dunque alla lettrice Spicola, che ci costringe a capire quanto ci sia di vecchio, e di retrodatato, dietro la finta spigliatezza dell’Italia col culo di fuori.

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