Freddo, vento di Nordest, cielo blu sul Piemonte. Alle 11.06 un uomo solo sbuca dai tornanti, alto sul sellino, in perfetto silenzio, in mezzo alle Alpi spruzzate di neve. Punta sul Colle della Lombarda, quota 2351. ‟Un uomo solo al comando” avrebbero detto di Coppi, ma quello che vedo salire verso la Francia è un uomo solo e basta. Un uomo magro e biondo che zigzaga tra le marmotte e i nevai, leggero come un deltaplano in una corrente ascensionale. Non è un campione, non ha sponsor né auto di grandi marche al seguito. Il solitario tra le pietraie è un uomo normale - o forse un matto completo - che si prepara a scalare la "montagna" più dura di tutte, alta tre volte l’Everest. Il Tour de France. Sul passo c’è gente intabarrata che aspetta. La voce s’è già sparsa che c’è un parigino di trentacinque anni che farà la "gran corsa" all’antica: senza squadra e senza chimica. ‟A’l’eau claire”, dicono i francesi. All’acqua chiara, in purezza come i ruscelli. In Valle Stura, a Demonte, l’olimpionica Stefania Belmondo, fondista e grande testimonial dello sport pulito, è già corsa a dirgli ‟in bocca al lupo” e a spiegargli che i momenti di crisi, quando arrivano, sembrano interminabili, ma poi passano in fretta, basta tener duro. E ora anch’io son qui, che aspetto Guillaume Prébois, seduto sul mio paracarro d’ordinanza come se aspettassi Bartali, il cuore che batte forte per la leggenda che torna. Giornalista sportivo, collaboratore di Le Monde, paladino dell’antidoping e presenza talvolta scomoda nei "Processi alla tappa" del Giro d’Italia, Guillaume un giorno ha detto basta e, dopo l’ennesimo scandalo e le ultime "confessioni" dei grandi del ciclismo, s’è organizzato il suo Tour parallelo, per guardare in faccia la fatica. Voleva vedere cosa succede, durante la corsa più dura del mondo, dentro il corpo di un uomo che rifiuta gli additivi. Per questo s’è allenato tremila chilometri al mese, e ora a luglio farà lo stesso percorso dei professionisti, controllato a vista da un’équipe di medici, seguito giorno per giorno da Le Monde e Radio France Internationale. Tutto avverrà - questa l’unica differenza col Tour vero e proprio - con un giorno d’anticipo sulle tappe, in una corsa solitaria, dunque infinitamente più dura, che sarà condivisa dall’inizio alla fine da un’unica persona: un ciclista veneto, Fabio Biasiolo, specialista di lunghe distanze. Uno che fa tirate pazzesche, come la corsa no stop (senza quasi dormire) tra i due mari d’America. Ma già attorno a questo Forrest Gump della corsa pulita si sta formando un plotone di gregari, un codazzo di gente che ha risposto all’appello - diffuso via internet - per formare, tappa per tappa, una libera corsa alternativa. Una sfida che farà notizia, nei giorni in cui tutta la Francia è au bord des routes. Ma voilà, eccolo che arriva in silenzio, buca l’aria fina del passo, rallenta sulla ghiaia, smonta per infilare la giacca a vento e farsi un panino al prosciutto e ricotta prima della discesa. Dal fondovalle ha impiegato un’ora appena, millecinquecento metri in souplesse. Si toglie il casco, e per un attimo non lo riconosco, sembra un’altra persona. Ha lo sguardo blu più luminoso, il viso affilato che mostra cinque anni di meno. Gli chiedo se ha cambiato occhiali. ‟Mais non”, risponde con un lampo di soddisfazione. ‟Me lo chiedono in tanti, ma è solo che ho cambiato pelle. Mangio diversamente, e ho imparato a usare il mio corpo”. Sembrava un cavaliere dell’impossibile solo un anno fa, al momento della decisione più pazza della sua vita. Monsieur Prébois cercava sponsor e riceveva in cambio pacche di compatimento. Oggi tutto gli dà ragione. I ciclisti vuotano il sacco. Ha cominciato Ivan Basso, vincitore del Giro 2006. Poi l’irlandese Floyd Landis, maglia gialla dello stesso anno. Poi il danese Bjarne Riis, vincitore del Tour 1996. Anche una decina di professionisti tedeschi ha scelto di parlare, e tutti dicono la stessa cosa: senza eritropoietina e altre diavolerie non ce la fai. Roba che trasforma un asino in un purosangue. Eppure, nonostante gli scandali, tutto continua come nulla fosse accaduto, come se Pantani non fosse morto come un cane; come se, in assenza di fatica, l’epica della gara esistesse ancora. Le medie continuano ad aumentare, e nonostante questo i vincitori sembrano meno stanchi dei giornalisti che li intervistano. Coppi si accasciava a fine tappa, loro scendono dal sellino freschi come rose. L’allenatore di calcio Zdenek Zeman, altro solitario grillo parlante, a Prébois l’ha detto chiaro un giorno: facile capire chi si dopa, basta guardare chi vince. Ma ormai il treno non si può più fermare, è diventato uno schiacciasassi che inghiotte tutto. Distacchi abissali e uomini soli al comando. ‟Non sono affatto certo di farcela - confessa il francese alla vigilia della sua "mission impossible" - ma mi impegno a tirare a morte per tagliare il mio striscione sugli Champs Elisées. Sarà dura pedalare duecento chilometri al giorno per tre settimane, venendo probabilmente ignorato dalla stampa sportiva. Ma so che una certa Francia e una certa Italia sono con me. Alcuni verranno in bici; come al Tour delle origini, che era a iscrizione libera. E so che alla fine, per la prima volta, i medici potranno leggere un corpo umano dopo un simile sforzo. Appurare se davvero, come accade tra i professionisti, il livello di globuli rossi resterà invariato, o piuttosto, come sono convinto io, è destinato a scendere”. Si tuffa in discesa, non vuol parlare di cose che gli fanno male. Ma c’è chi ricorda i torti che ha subito. Quando nel 2004 i Nas fecero irruzione nelle case dei corridori più forti del Giro e lui osò dire a un "Processo alla tappa" che quegli uomini non sarebbero potuti andare al Tour perché il nuovo corso pulito del ciclismo francese l’avrebbe impedito, venne dileggiato e messo alla berlina. ‟Chi sei tu per giudicare l’Italia”, gli dissero molti colleghi in diretta. Poi, a microfoni spenti, manager e direttori sportivi vennero a minacciarlo, consigliandogli di cambiar aria, e così il Forrest Gump del ciclismo non mise più piede al Giro. Solo la stampa non sportiva espresse voci in difesa, come il critico tv Aldo Grasso che scrisse, rivolto ai commentatori tv: chiedete scusa a quel francese. Ed ancora la stampa non sportiva, sempre lei, l’unica a fargli da sponsor in questa scommessa. La sera lo ritrovo in Valle Stura, nella remota frazione Perdioni, mentre spazzola montagne di tagliatelle, bistecche, patate e dolci alla locanda "La Randoulina". Con lui, il padre Jean-Claude, che suona Brassens alla chitarra e lo segue a trenta all’ora in automobile da mesi. Ride: ‟Il mio segreto? Correre tanto, mangiare tanto, dormire tanto. Stop. Ho rivoluzionato i pasti: niente salumi e formaggi; niente panna, burro e latte; niente roba gasata. Nella borraccia solo miele, polline, pappa reale, sciroppo di mirtillo e un mix di silicio che è la mia unica scorta di minerali. Sto infinitamente meglio di un anno fa. La vita è una, e nutrirsi bene è un atto dovuto nei confronti del corpo. Infliggergli della chimica non è solo una punizione. è anche un atto di sfiducia nei confronti di una macchina meravigliosa”. Racconta della straordinaria équipe - mezza italiana - che gli si è stretta intorno. Oltre al ciclista Fabio Biasiolo, un allegrone che lo "tira" anche moralmente, ci sono Claudio e Luigi, uomini della Guardia di Finanza innamorati dello sport a pedali, che hanno lavorato sul doping e ora guideranno il camper al seguito, preparando i pasti e tenendo in efficienza la bici di gara. Poi Didier Rubio, dietologo della nazionale francese di rugby. Marco Caon, un fisioterapista padovano incaricato dei massaggi e dei rifornimenti. Infine Dorian Lecamp, medico dell’ospedale universitario di Tolosa, partner scientifico del servizio medico-sportivo di Francia, diretto dal professor Daniel Rivière. Il tutto con l’imprimatur dell’Agenzia francese antidoping, che effettuerà su di lui, a sorpresa, i test-campione dei professionisti. Apre il computer, riversa dal sensore di bordo i dati dell’allenamento. ‟Al Tour chiunque potrà leggere cosa succede nel mio corpo. I dati saranno on line sul sito www. lautretour. com. Pressione, frequenza, ematocrito, calorie bruciate, potenza media, velocità, esami del sangue prima e dopo la tappa”. Fuori il cielo s’è richiuso, un temporale arriva dal Colle della Maddalena, la valle crepita di tuoni. ‟Preparare un Tour senza una squadra, dimenticati da tutti, è un’impresa. Sei solo, a faticare per nove mesi, la gara è lontanissima, ti senti un pazzo, e sai che tutto può andare in fumo in un attimo. Basta una caduta”. Si frega le mani, ora piove a secchi. ‟Ma ora sento che arriverò in fondo. Sto bene, sono tranquillo. La Francia è dalla mia parte, so che non farò questo Tour da solo”.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>