Era cominciata con slogans bandiere e lacrimogeni. E' finita con un attentato suicida che ha fatto 13 morti e una cinquantina di feriti, per lo più agenti di polizia. In Pakistan la riapertura della Lal Majid, la ‟moschea rossa” nel centro della capitale Islamabad, si è saldata in una nuova giornata di sangue - e un nuovo capitolo della guerra tra il governo del generale Parvez Musharraf e una delle più note istituzioni religiose che si richiamano al movimento Taleban.
La bomba è esplosa nel pomeriggio in un ristorante a 550 metri dalla moschea, non lontano dai complessi governativi e dalle ambasciate: testimoni hanno visto corpi volare in aria, sulla scena sono rimasti brandelli di uniformi, tutto era cosparso di sangue. Il portavoce del ministero degli interni Javed Iqbal Cheema ha poi detto che un attentatore è entrato nel locale, affollato di agenti, e si è fatto esplodere: l'obiettivo era proprio la polizia. Le autorità dicono che altri attentatori suicidi si sono introdotti in città: Islamabad è in massima allerta.
L'attentato ha concluso una giornata già surriscaldata. Giovedì sera il governo aveva fatto riaprire la Lal Majid, chiusa dopo la drammatica incursione delle forze di polizia che il 10 luglio l'avevano sgomberata da alcune centinaia di studenti e clerici dopo una settimana di assedio: nell'assalto erano state uccise 102 persone, per lo più studenti. Ora, due settimane dopo, la moschea debitamente restaurata per cancellare i buchi dei proiettili era pronta ad accogliere nuovamente i fedeli: con i muri ridipinti di giallo ocra, e con un nuovo imam nominato dal ministero per gli affari religiosi per guidare la preghiera del venerdì.
Restano chiusi e ben presidiati gli annessi, cioè le due scuole coraniche (maschile e femminile) che erano diventate il centro di una sfida politica allo stato pakistano: la Lal Majid era nota da tempo per l'insegnamento apertamente filo-Taleban dei suoi due leader, Maulana Abdul Aziz (ora agli arresti) e il fratello Abdul Rashid Ghazi (ucciso nell'assalto finale). All'inizio di quest'anno i due avevano chiesto l'instaurazione della legge coranica (la shari'a) in Pakistan - e avevano mandato i propri studenti e studentesse, armate di bastoni, ad assaltare negozi di dischi e videocassette e altri luoghi del ‟vizio”: erano diventati famosi i raid in presunti ‟bordelli”, con ragazze e massaggiatrici prese in ostaggio. Quando le forze dell'ordine hanno posto l'assedio alla moschea chiedendo di deporre le armi, molti studenti hanno accettato di tornare nelle zone rurali del Pakistan da cui provenivano; alcune centinaia però erano rimasti, decisi - dicevano - a dare la vita per la loro ‟jihad”.
Riaprire il luogo di culto era, nelle intenzioni del governo, un modo per calmare gli spiriti dopo la sanguinosa conclusione di quell'assedio. Invece è stato un boomerang. La moschea ieri mattina si è riempita di giovani barbuti che hanno urlato slogan e impedito all'imam ‟governativo” di condurre la preghiera; chiedono la scarcerazione del loro leader. Nel frattempo alcune decine si sono arrampicati sul tetto, hanno issato sulla cupola una bandiera nera con le parole della Kalma (la professione di fede islamica) e disegnato versetti. Infine hanno ridipinto di rosso i muri della moschea - anche il colore delle pareti è diventato simbolo della sfida - mentre giù gli altri urlavano ‟Musharraf è un killer”, e: ‟Ghazi, il tuo sangue accenderà la rivoluzione”. La polizia ha usato lacrimogeni per disperderli, mentre gli strateghi del governo si staranno chiedendo cosa hanno sbagliato.
Lo sgombero della Lal Majid ha precipitato il presidente Musharraf in una situazione che cercava di evitare da anni. Finora si è destreggiato tra la ‟lotta contro le forze dell'estremismo” di cui parla spesso, e il fatto che il suo governo ha bisogno dell'appoggio parlamentare dei partiti della destra islamica, vicini ai movimenti Taleban. Ma la Moschea Rossa, di dichiarate simpatie Taleban e, pare, egemonizzata da Jaish e-Mohammad (uno dei gruppi creati negli anni '90 dai servizi segreti pakistani ma poi messi fuori legge dopo il 2002), ha reso aperta la sfida. ‟E' venuto il momento di rombere l'alleanza tra militari e mullah”, titolava l'autorevole settimanale The Friday times” la settimana scorsa. Dopo lo sgombero, il confronto tra le forze di sicurezza e le organizzazioni radicali islamiche nelle zone della frontiera nord-occicdentale pakistana è riesploso: nel solo mese di luglio oltre 180 persone sono state uccise, soprattutto polizia e soldati.
Ridipingere la moschea ribelle, davvero, non poteva bastare.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>