Si direbbe che ben pochi abbiano fatto caso alle buone notizie che provengono dal Medio Oriente in queste ultime settimane. La scissione tra la Striscia di Gaza, sotto il pugno di Hamas, e la Cisgiordania, sotto il governo dei moderati, rappresenta un’occasione storica. Sì, un’occasione storica per il processo di pace tra Israele e l’amministrazione di Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Sia il governo di Olmert che quello di Abbas accettano il principio di due Stati per due popoli, la cessione di terre per assicurare la pace, e l’obiettivo di porre fine all’occupazione dei territori da parte di Israele. Benché vi siano molti punti ancora controversi, non si può affatto dire che un abisso incolmabile separi le due parti. Una trattativa serrata può gettare un ponte tra queste differenze e produrre la bozza di un primo accordo. Ma quale sarà il destino di Gaza, caduta nelle mani di Hamas, che opera sotto la spinta dell’Iran e l’ispirazione di Hezbollah? Si spera che quando si arriverà a un accordo comprensivo israelo-palestinese, e quando la creazione di uno Stato indipendente di Palestina libererà i palestinesi dal giogo dell’occupazione israeliana, a Gaza scatterà un movimento popolare per ribellarsi al regime tirannico e fanatico di Hamas. Le masse di Gaza capiranno certamente la portata storica del passo compiuto dalla Cisgiordania e lotteranno per scrollarsi di dosso l’oppressione di Hamas e ricongiungersi allo Stato palestinese. Cambiamenti positivi sono evidenti già oggi nei governi Olmert e Abbas. Israele ha compiuto una serie di piccoli gesti per dimostrare la sua buona volontà: la liberazione dei prigionieri palestinesi, la concessione alle forze di Abbas di dotarsi di armamenti moderni, la sospensione della caccia ai palestinesi ricercati, e l’allentamento di altre restrizioni. I palestinesi, da parte loro, stanno compiendo sforzi tangibili per metter fine all’anarchia in Cisgiordania, per farsi consegnare le armi dalle bande armate e per impedire il ripetersi di attacchi contro Israele. E infine dal programma del nuovo governo palestinese è stata cancellata la condizione di proseguire la lotta armata contro Israele. Al suo posto, oggi si prevede un accordo con Israele, da raggiungere tramite negoziati. Anziché insistere sul ‟diritto al ritorno” dei rifugiati palestinesi in Israele, che provocherebbe la disintegrazione dello Stato ebraico, il nuovo programma palestinese contiene una sezione che invoca una soluzione ‟giusta e negoziale” al problema dei profughi. Tutti questi sono i segnali auspicati della moderazione. Tuttavia, le mosse avviate da Israele si dimostreranno vuote di significato se non saranno seguite da serie trattative mirate a risolvere le rimanenti dispute e a fondare uno Stato palestinese in Cisgiordania. Il prossimo passo dovrà pertanto prevedere l’inizio immediato dei negoziati tra Israele e il governo Abbas sui ‟punti chiave” del conflitto: Gerusalemme, i confini permanenti, il futuro degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, i rifugiati della guerra del 1948, i luoghi sacri. Esistono già vari modelli di soluzione a tutti questi problemi, dalla formula Clinton alla formula Taba, fino all’accordo preliminare di Ginevra. Ma i governi Olmert e Abbas sono forti abbastanza per persuadere gli israeliani e i palestinesi ad accettare un accordo nel quale entrambi sono costretti a fare dolorose concessioni? Ed ecco un’altra buona notizia: se i due capi di governo riusciranno, con molto coraggio, a raggiungere un accordo, e se lo sottoporranno a un referendum sia in Israele che in Palestina, sarà palese a tutti che entrambi i popoli sono pronti a una soluzione di compromesso. I sondaggi di opinione tanto in Israele che in Palestina hanno rivelato a più riprese che i due popoli sono pronti a scendere a patti. Saranno anche felici di questo accordo? Si riverseranno a danzare nelle strade quando sarà firmato? Quasi certamente no. Tuttavia - e questa è la buona notizia che scaturisce dall’attuale situazione catastrofica - entrambi i popoli sanno bene che cos’è in gioco, e saranno disposti a votare sì nel referendum, anche se a denti stretti.
© Amos Oz, 2007 Traduzione di Rita Baldassarre
Amos Oz

Amos Oz

Amos Oz (1939-2018), scrittore israeliano, tra le voci più importanti della letteratura mondiale, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini e ha insegnato Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta (2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014), Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica (2013; con Fania Oz-Salzberger), Altrove, forse (2015), Tocca l'acqua, tocca il vento (2017), Cari fanatici (2017), Finché morte non sopraggiunga (2018),Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri (2019; con Shira Hadad). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) e Il re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre quaranta lingue.

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