Tra le tante cose lette in morte di Bergman e Antonioni, colpisce l’alea quasi di mistero che circonda le due figure magistrali. Dico di mistero ma dico probabilmente male: si tratta piuttosto di una inconfondibilità artistica e umana, di una ricercata solitudine rispetto al mondo delle comunicazioni di massa, dell’immagine di massa, della cultura di massa. Il tratto è comune a molti dei maggiori artisti delle generazioni appena trascorse, vissuti nel pieno della baraonda di suoni, di parole e di immagini nella quale siamo tutti sprofondati, eppure capaci di ricavarsi una zona di alterità e di silenzio: tanto che la loro statura spesso pare coincidere con la loro distanza. Entrambi, Bergman e Antonioni, avevano fatto i dovuti conti con la società di mercato (produttori, quattrini, botteghino, festival, e tutta la grande macchina della "professione" da far funzionare), ma mai al punto da esprimere una sola stilla di sé per adeguarsi o compiacere o sentirsi "popolari". Questa sostanziale irriducibilità dell’artista è molto meno presente nelle nuove generazioni, che appaiono più frastornate e compromesse. Probabilmente la lamentata assenza di nuovi "maestri" dipende, in parte, anche dalla mancanza di nuove e grandi solitudini.

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