Per essere un morto che cammina, Romano Prodi non cammina poi così male. Capo di una maggioranza destrutturata e litigiosa dalla nascita, eletto per il rotto della cuffia, costretto a pregare per la salute dei senatori a vita, precario comunicatore, lapidato dai sondaggi, non giovane quanto vorrebbe un’opinione pubblica impaziente di nuove leve, non di sinistra quanto vorrebbe la sinistra, non liberale quanto vorrebbero i riformisti, non clericale quanto vorrebbero i papisti, non mondano quanto vorrebbero i laici, tagliato fuori dalla leadership del Partito democratico, sprovvisto di centurie sue personali, malconsiderato da quasi tutti i giornali, del tutto inetto a muoversi nella fashion e nel gossip e nel glamour, abbandonato dai fotografi perfino quando pedala insalsicciato o quando guida la Croma, non si riesce a capire come mai sia ancora a Palazzo Chigi. O furbissimo, o pazientissimo, o gommosissimo, è comunque superlativa la sua resistenza agli incidenti. La destra dice che è solo l’attaccamento alla poltrona a tenere in vita lui e il suo governo. Ma alla poltrona sono attaccati in tanti, e se Prodi riesce a restare tranquillamente seduto anche su una poltrona ribaltata forse significa che era proprio lui, non altri, l’unico in grado di reggere la scomodità quasi metafisica del ruolo di capo di questo centrosinistra.

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