‟In quota a chi?” Potete scommetterci: se qualcuno avesse da noi l’idea di Sarkozy, che oltre a Monti e Bassanini sta rastrellando esperti per il mondo senza badare al loro passaporto e alla loro tessera partitica, c’è chi farebbe subito quella domanda: ‟In quota a chi?” Dopo di che, fatta questa premessa, potete stare certi che si aprirebbe una logorante trattativa: se tu piazzi un ‟tuo” studioso alsaziano di problemi burocratici alla Funzione Pubblica perché io non posso mettere all’Agricoltura un ‟mio” specialista finnico dell’allevamento bovino? Non solo: dato che uno specialista finnico nell’allevamento bovino non può certo compensare, in ‟peso politico”, uno studioso alsaziano di problemi burocratici, meglio sarebbe integrare quest’ultimo con un docente lappone di pesca del merluzzo in quota alla ‟mia” corrente di minoranza. E lì ogni esperimento sarkoziano finirebbe tra risate e pernacchie. L’idea di coinvolgere non dico l’avversario ma chi la pensa in modo diverso da te in un progetto che abbia a cuore il bene comune, infatti, non è in Italia molto popolare. Anzi. Ogni occasione è buona per il contrario: la distribuzione di ogni carica, ogni poltrona, ogni strapuntino secondo una ferrea logica spartitoria. Basti ricordare la scelta del veltroniano comune di Roma (che avrebbe ispirato la stessa decisione alla bassoliniana Regione Campania) di nominare, invece di una sola figura istituzionale al di sopra delle parti, un difensore civico di sinistra e un difensore civico di destra. Per non dire delle assunzioni di amici ed elettori negli enti pubblici, nelle società miste, nelle municipalizzate. Delle nomine dei gestori dei teatri lirici. Della tradizione lottizzatoria della Rai, fin dai tempi dell’occupazione democristiana e della battuta celeberrima di Bettino Craxi: ‟La Rai risponde sempre al 643111”. Cioè 6 consiglieri alla Dc, 4 al Pci, 3 al Psi, uno ciascuno a Pri, Psdi e Pli. Bravura e professionalità contavano tanto, allora, che Antonio Ghirelli (che pure non era certo anti-socialista) avrebbe poi raccontato al nostro Claudio Sabelli Fioretti: ‟Chiamavo qualcuno e gli dicevo: "Guarda che fai degli errori di sintassi". E lui telefonava a Martelli e diceva: "Ha detto Ghirelli che sei uno stronzo e non conti niente"‟. Non c’è stato praticamente spazio, soprattutto negli ultimi decenni, che non sia stato rivendicato da chi gestisce in un certo modo i partiti. Spazi fisici, spazi ideologici. A partire dalla toponomastica. Ed ecco certe giunte di destra cancellare la storia come i burocrati sovietici cancellavano i dirigenti caduti in disgrazia nelle foto ufficiali alle commemorazioni della Rivoluzione d’Ottobre: basta a Calolziocorte col Parco Gramsci e via al ‟Parco Martiri delle Foibe”, basta a Gallarate con Largo Togliatti e avanti col ‟Largo Paolo VI”. Fino a certe sintesi che cercavano di tenere insieme tutto. Come il tentativo a Tremestieri Etneo, in Sicilia, di far sfociare ‟via Gramsci” (morto nelle carceri fasciste) in una ‟via Mussolini” (che di quelle carceri era il promotore). O quello del vicesindaco di San Gregorio, sempre in Sicilia, di cambiar nome a due vie intitolandone una a Paolo Borsellino e l’altra alla moglie di Nitto Santapaola. Mostruosa idea di par condicio giudiziar-mafiosa. Questa idea dell’‟uno a te e uno a me” è ormai così radicata che, come ricorda Mario Calabresi nel suo bellissimo libro Spingendo la notte più in là, la decisione di ricordare finalmente (con enorme ritardo) il commissario assassinato anche con un francobollo, spinse subito Liberazione a chiedere un altro francobollo per ricordare Giuseppe Pinelli, l’anarchico che per certi pezzi della sinistra, al di là degli esiti di tutti i processi, fu buttato giù dalla finestra della questura milanese. Fino al delirio di quanto è recentemente successo a Vibo Valentia, dove il consiglio provinciale si è spaccato tra chi voleva chiedere alla Chiesa di nominare santo patrono della nuova provincia San Bruno e chi San Francesco da Paola. Col risultato che il primo è finito ‟in quota Rutelli” e il secondo ‟in quota Loiero”. E lì si torna: ve li vedete, certi politici nostrani incapaci perfino di mettersi d’accordo sul santo patrono, cercare come il presidente francese grandi esperti internazionali che non siano ‟in quota Mastella” o ‟in quota Casini”, ‟in quota D’Alema” o ‟in quota Fini”? Dopo averne viste di tutti i colori (il capolavoro fu la consulenza data Roberto Castelli sulla ‟edilizia carceraria” a un suo amico leghista, Giuseppe Magni, grossista di ‟prodotti ittici vivi, freschi, congelati e surgelati”) ci sia consentito di dubitarne. Almeno finché, aggiornando le antiche alchimie democristiane messe a punto da Massimiliano Cencelli, non venga definito un manuale di lottizzazione internazionale. L’‟Internation Cencelli’s Handbook”.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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