Alcuni dirigenti diessini, per difendere le feste dell’Unità, la buttano sul marketing (tanto per cambiare), e dicono che un marchio consolidato e di successo come la Nutella non si butta via. Il ragionamento non fa una piega, ma esaltando il marchio omette di rivendicare il significato del nome, che è un significato profondamente politico: unità stava, ai tempi, per unità dei lavoratori, termine desueto (oggi sostituito dall’orrido "consumatori") ma ottimamente aggiornabile alle esigenze del nascituro Partito democratico: unità dei democratici, o unità dei cittadini, si capisce benone, e per giunta è il concetto più programmaticamente preciso per un partito che si propone, appunto, di unire ciò che è diviso. Per questo non si riesce davvero a capire il dibattito, parecchio meschino, sul nome delle future feste del Pd. Non è colpa di nessuno se un nome così opportuno, e così moderno, viene dalla tradizione di un partito che non c’è più, e a un giornale che comunque appartiene alla storia d’Italia. Quella tradizione (volontariato, autofinanziamento, spirito di servizio) è uno dei migliori tratti identitari della sinistra italiana, e piuttosto che cancellarla bisognerebbe estenderla al nuovo partito. Per avere unità ci vuole, però, anche umiltà: l’umiltà di riconoscere agli altri i loro meriti.

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